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venerdì 29 febbraio 2008

la prima perdita record assoluta

http://qn.quotidiano.net/conti_del_pallone_2007/2007/06/25/1797-inter_2006_profondo_rosso.shtml

BILANCI & PLUSVALENZE
Inter, un 2006 da profondo rosso

Prende il via con l’esame dei conti dell’Inter prima in classifica, un’inchiesta di Quotidiano.net sui conti delle società di calcio di serie A e B. Un lungo viaggio fra 'imbellettamenti' contabili, sprechi di danaro, debiti a profusione

Milano, 29 gennaio 2007 - L’Inter ha concluso l’ultima stagione con un profondo rosso di gruppo pari a 181,4 milioni di euro. Per la prima volta, la società nerazzurra ha stilato il bilancio consolidato al 30 giugno 2006, comprendente oltre ai conti della capogruppo Fc Internazionale spa, anche quelli delle controllate al 100% Inter Futura e Inter Brand.
Come si legge nel documento disponibile in Camera di commercio, ciò è una “fotografia” finalizzata “a fornire una adeguata informativa sull’andamento economico e patrimoniale del gruppo”. Nel consolidamento sono state eliminate tutte le transazioni con le controllate, come la cessione dei marchi dall’Inter a Inter Brand, che ha fruttato alla prima una plusvalenza di 158 milioni, ed è stato stornato il loro ammortamento (7,9 milioni).
Con queste operazioni, il risultato finale della capogruppo èin passivo di “soli” 31,1 milioni rispetto ai 118,7 del 2004/05. Il consolidato presenta una serie di dati molto pesanti: il patrimonio netto era negativo per 122,8 milioni (contro +27,4 milioni di Inter spa), l’indebitamento bancario era di oltre 209 milioni (89,1 milioni in Inter spa). La maggior parte dell’indebitamento complessivo del gruppo è riposta in Inter spa, schiacciata dal peso di 424,4 milioni, in aumento del +54,1% rispetto ai 275,3 milioni del 2004/05.

Preoccupante lo squilibrio debiti-crediti pari a oltre 434 milioni , contro la disponibilità liquida di soli 35 milioni. L’indebitamento bancario di Inter spa è diminuito del 34,15% a causa della cessione dei marchi alla Inter Brand, avvenuta il 29 dicembre 2005 “per un corrispettivo di 158 milioni”. Contestualmente “è stata redatta la relativa scrittura di licenza d’uso dei marchi del valore complessivo di 160 milioni” di durata decennale.

Ma ci sono due problemi gravi. “La vendita dei marchi dall’Inter alla controllata Inter Brand – spiega l’avvocato Domenico Latino, specializzato in diritto civile e sportivo – configura l’ipotesi del contratto con se stesso: quindi per la legge è nulla, anche se irrilevante essendo maturata all’interno del gruppo”. In pratica, è come se il marchio fosse passato dalla tasca destra alla sinistra.
“Inoltre, l’Inter al termine del contratto di licenza d’uso – prosegue Latino – perderà il marchio. La società avrà tre alternative per evitarlo: può incorporare la Inter Brand, rinnovare l’accordo o riacquistare il marchio”. Secondo il documento contabile, l’operazione “ha consentito di ottenere da un primario istituto di credito un finanziamento a medio-lungo termine per 120 milioni”.
L’Inter rivela in seguito la banca, specificando che a garanzia del prestito è stato acceso il “pegno, a favore di Banca Antonveneta sul 100% delle quote sociali di Inter Brand”. C’è però da evidenziare che l’azionista di riferimento e presidente della società nerazzurra, Massimo Moratti, è anche consigliere esecutivo di Interbanca, banca d’affari di AbnAmro Antonveneta. Al riguardo potrebbe esserci un conflitto d’interesse per Moratti, che riveste il contemporaneo ruolo di banchiere e cliente.

La società di revisione Kpmg ha rilevato che “sull’Irap accantonata non è stata compresa l’imposta relativa alla plusvalenza di 158 milioni”. L’Inter, avvalendosi di un parere della Lega Calcio, ha ritenuto di non dover anche assoggettare all’Irap i 7,5 milioni di plusvalenze da cessione calciatori, nonostante una risoluzione contraria dell’Agenzia delle Entrate del 2001.

I debiti tributari, ammontati a 19,7 milioni, sono aumentati del 13,3%.Le plusvalenze sono state inserite nei ricavi, mentre nei costi sono state incluse le minusvalenze (848 mila euro), contravvenendo in via di principio al Codice Civile. I giocatori sono un bene: la loro vendita rientra nei proventi straordinari e non ordinari. Infine, l’Inter ha accantonato 111,8 milioni per l’ammortamento per svalutazione calciatori fatta con il “salvacalcio” al 30 giugno 2003: dovrà pagare l’ultima rata per lo stesso importo il 30 giugno prossimo.

Stando al verbale di assemblea che ha approvato il bilancio al 30 giugno scorso, l’Inter è controllata da un patto di sindacato. In esso il socio di maggioranza al 95% è Internazionale Holding (che ha rilevato di recente il pacchetto da Inter Capital, che è stata fusa per incorporazione in Inter spa) controllata da Massimo Moratti: l’altro socio è la panamense Minmet Financing Company della famiglia Giulini. In Internazionale Holding è presente un mistero nerazzurro, riguardante la società lussemburghese Hellas Sport International che ne possiede l’1,74%: il suo rappresentante legale è Jean Hoffmann.

Secondo il Journal Officiel del Granducato l’azionista di maggioranza della Hellas Sport è la Ihf-International holding & financial company con sede a Tortola, nel paradiso fiscale delle Isole Vergini britanniche. Chi ci sia dietro quest’ultima società non è possibile saperlo, protetto dietro il muro di gomma della località caraibica.

L’operazione di cessione dei marchi nerazzurri ha anche un altro risvolto. Nel paragrafo “rapporti con parti correlate” si legge che “la società ha iscritto nei costi per servizi un importo pari a 200mila euro relativo ad una consulenza fornita da un componente del consiglio di amministrazione di Inter Brand”.

L’Inter non specifica su quale oggetto sia stata fornita la consulenza e il nominativo del membro del cda della sua controllata. Misure della Camera di commercio alla mano, nel consiglio di Inter Brand siedono il presidente Angelomario Moratti, figlio di Massimo e vicepresidente dell’Inter, Accursio Scorza, consigliere della società milanese, e Jantra Giulini, membro della omonima famiglia presente nel patto di sindacato: uno di questi tre è il beneficiario della consistente cifra di 200mila euro.

L’importo è pari al 6,70% della voce “consulenze esterne”, pari a complessivi 2,98 milioni. Tra i costi della produzione dell’Inter spa, si segnala un incremento del 20% delle spese per servizi (da 39,2 a 47 milioni). In esse, si segnala il boom di quelle amministrative, passate da 9,1 a 12 milioni. Nonostante i due esercizi in rosso in cui è stato in carica, risultano in rialzo anche i compensi per l’ex amministratore delegato e direttore generale Mauro Gambaro da 450mila a 650mila euro.

In lieve calo (-1,84%) risulta il costo complessivo del personale , passato dai 144,35 milioni del 2004/05 ai 141,69 dell’ultimo esercizio. Le spese per tesserati sono calate dai 135,59 a 131,59 milioni, mentre quelle per gli altri dipendenti sono in aumento da 8,96 milioni a 10,10 milioni. Scomponendo i compensi ai tesserati si nota un robusto aumento per gli allenatori (da 6,11 a 10,42 milioni), mentre per i giocatori è in calo (da 118,45 a 105,85). Questi ultimi si sono ripagati con i premi rendimento (da 9,11 a 14,01 milioni).

Uno dei punti di forza della società nerazzurra, i “risconti passivi” (anticipo di ricavi futuri) è risultato in calo da 103,17 milioni a 44,46 milioni per il “decremento delle anticipazioni ricevute da società di factoring a fronte di contratti relativi a diritti televisivi”.

L'Inter vi ha sopperito in parte con l’aumento del 15% dei ricavi del conto economico, grazie soprattutto alla crescita della voce “sponsorizzazione proventi vari e altri ricavi” (da 140,26 a 174,98 milioni). In quest’ultima sono presenti per la prima volta i “diritti di prelazione e prima negoziazione” per 21 milioni stipulati con Rti per la stagione televisiva 2009-2010. Essi consentono alla società del gruppo Mediaset di sedersi per prima al tavolo delle trattative, per un tempo congruo, per stipulare il nuovo contratto della trasmissione criptata sul digitale terrestre. Per lo stesso motivo Mediaset aveva versato 20 milioni alla Juventus nel giugno 2004.

di Marco Liguori

indiscreto...su nerazzurri e aquilotti

http://www.indiscreto.it/indiscreto.nsf/ae8140bf6cc31ac3c12569a300629c7f/23ee07c73b08cf34c1256f67005e09b0?OpenDocument

14 febbraio 2006
Poca fiducia e tante fiduciarie

di Marco Liguori

www.indiscreto.it

Il bilancio al 30 giugno 2005 dell’Internazionale Football Club spa si è concluso con il “rosso” più elevato della sua storia, pari a 118,7 milioni di euro. Nella relazione del collegio sindacale si legge che è stato evidenziato «un patrimonio netto negativo (pari a -31,6 milioni) e di conseguenza la società si trova nella situazione prevista dall’art. 2447 codice civile». Ciò significa che la società doveva essere ricapitalizzata: il suo azionista di riferimento, Massimo Moratti, vi ha provveduto il 31 agosto scorso con un versamento come aumento di capitale di 35 milioni più un altro di 20 milioni «a copertura perdite». Un’attenta analisi nelle pieghe del bilancio nerazzurro, disponibile presso la Camera di Commercio, rivela però altri particolari più “piccanti” che contribuiscono al suo disastroso risultato finale. Al suo interno spiccano le minusvalenze «da cessione dei diritti alle prestazioni calciatori», ossia dalla vendita di 16 giocatori della prima squadra e 31 del settore giovanile per la prima parte della campagna acquisti fino al 30 giugno scorso.

Il loro importo è pari a 5,51 milioni a fronte di un valore netto contabile complessivo di 7,93 milioni ed è in crescita rispetto ai 2,78 milioni dell’esercizio precedente. In esso spiccano le minusvalenze per le risoluzioni dei contratti di Christian Vieri (617mila euro) e Giorgios Karagounis (314mila). Ancor più elevate quelle relative alle cessioni di Andy Van Der Meyde all’Everton (1,57 milioni) e Edgar Davids al Tottenham (2,6 milioni). L’Inter, al contrario di molte altre società di calcio che seguono i criteri civilistici di redazione del bilancio, non inserisce le minusvalenze da cessione calciatori negli oneri straordinari del conto economico, ma alla voce “costi della produzione”. Analogo discorso per le plusvalenze, inserite nella voce “valore della produzione” invece che nei “proventi straordinari”. Fino alla fine dello scorso giugno l’Inter ha ottenuto plusvalenze per oltre 14 milioni, in calo rispetto ai 22 milioni del 2003/04. Sono stati 4 i calciatori inseriti in questa voce: da Fabio Cannavaro l’Inter ha ottenuto 9,6 milioni, da Mohamed Kallon 4,3 milioni e da Nicola Ventola 119mila euro. Singolare la plusvalenza ottenuta da Youssouf Kone, ceduto al Fc Vittoria, pari alla “ricca” cifra di un euro.

Ma un’altra “perla” del bilancio della società presieduta da Giacinto Facchetti è quella riguardante le partecipazioni in due imprese controllate, l’Inter Futura srl e lo Spezia Calcio 1906 srl. Nella prima, l’Inter deteneva al 30 giugno scorso il 100%, mentre per la società spezzina la quota era del 98,67%. Stando a quanto dichiarato nel documento contabile, «il saldo pari a 2 euro rappresenta il valore di acquisto o di sottoscrizione della quota della Inter Futura srl e della quota dello Spezia Calcio 1906 srl al netto delle svalutazioni effettuate nell’esercizio». Dunque per ciascuna il valore è stato abbattuto a un euro. Un deciso salto all’indietro rispetto all’esercizio concluso al 30 giugno 2004, quando il 100% di Inter Futura valeva 10.329 euro. Ancora più pesante è stato il “taglio” per lo Spezia: infatti, l’anno prima l’Inter possedeva soltanto il 30% della società ligure che valeva ben 2,55 milioni.

Ma quali sono i motivi di una così drastica svalutazione di entrambe le partecipazioni? E’ sempre il bilancio dell’Inter a spiegarne i motivi. «Avendo entrambe le partecipazioni di controllo», si legge nel documento, «un patrimonio netto negativo alla data del 30 giugno 2005 si è ritenuto di svalutare completamente il valore di carico, mantenendo il valore simbolico pari a 1 euro per ciascuna partecipazione». Dunque, sia lo Spezia che l’Inter Futura si sono ritrovate nella stessa identica situazione di fine esercizio della loro controllante, con il patrimonio netto negativo e nella situazione prevista dall’art. 2447 del codice civile, ossia di dover essere ricapitalizzate. Il consiglio di amministrazione nerazzurro ha provveduto «ad accantonare nella voce “fondi rischi e oneri” la quota, pari a euro 1.700 migliaia per la Società Spezia Calcio e 243 migliaia per la società Inter Futura, delle perdite consuntivate nell’esercizio oltre il valore del patrimonio netto e di competenza della Società, ritenute non più recuperabili nel futuro». Nel bilancio dell’Inter sono riportati anche i dati numerici delle due controllate al 30 giugno 2005. Inter Futura aveva un capitale di 10mila euro, un patrimonio netto negativo per 243mila euro e un risultato di esercizio in rosso per oltre 254mila euro.

Tale perdita è stata provocata, si legge nella relazione sulla gestione, «da un aumento dei costi del personale e da un mancato incremento dei ricavi, quest’ultimo dovuto principalmente all’abbandono del progetto Thailandia» a causa del maremoto del dicembre 2004. Lo Spezia Calcio aveva ottenuto una perdita di esercizio per 7,35 milioni, un patrimonio netto negativo per 1,34 milioni a fronte di un capitale sociale pari a 2 milioni. Particolare curioso: lo Spezia aveva concluso il bilancio per l’anno 2003/04 con una perdita di poco più di 2 milioni e un patrimonio netto positivo per 199mila euro. Nonostante ciò, si legge nel bilancio chiuso al 30 giugno di due anni fa, il cda dell’Inter «non ha proceduto ad alcuna svalutazione della partecipazione, iscritta a bilancio a 2.550 migliaia, non ritenendo tali perdite di natura durevole sulla base del valore della società stessa, tenuto conto del valore del marchio, del bacino di utenza e del parco giocatori». Le speranze della società nerazzurra si sono infrante nell’esercizio successivo, quando a causa delle perdite elevate ha dovuto “retrocedere” completamente il valore della quota detenuta nella società ligure.

Nell’ultimo bilancio approvato si notano anche due altre partecipazioni di consistenza economica limitata, per complessivi 105mila euro: si tratta del 5% nell’Olimpia Basket srl (meglio conosciuta come Armani Jeans), di appena 60mila euro. Di valore più limitato è quella detenuta nel Consorzio Acquedotto La Pinetina : 19,5% pari a un 45mila euro. Riguardo all’acquisizione del controllo esclusivo dello Spezia Calcio, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato aveva aperto nel gennaio 2005 un procedimento istruttorio nei confronti dell’Inter. Secondo la documentazione presente sul sito internet dell’Authority, il garante aveva ipotizzato «la violazione dell’obbligo di comunicazione preventiva delle operazioni di concentrazione». Sempre secondo l’organismo amministrativo, l’operazione era stata «realizzata nel novembre 2004». Il procedimento si era concluso il 27 aprile dell’anno scorso, quando il presidente Antonio Catricalà aveva ordinato all’Inter «di pagare, quale sanzione amministrativa per la violazione accertata, la somma di euro 5.000 per la mancata comunicazione dell’acquisizione del controllo esclusivo di Spezia Calcio 1906 srl». In seguito, la società nerazzurra ha deciso di cedere una consistente parte dell’azionariato detenuto nello Spezia.

Le trattative sono condotte con l’imprenditore calabrese (ma residente a Reggio Emilia) Giuseppe Ruggieri, amministratore unico della Italcantieri spa (posseduta in passato da Silvio Berlusconi) ed ex proprietario e ex presidente della Sanremese, con interessi di tipo edilizio in Liguria. L’Italcantieri, stando all’ultima visura disponibile presso la Camera di Commercio ha sede a Lacchiarella (presso Milano) e ha un capitale sociale di 5 milioni. L’operazione, stando al documento contabile interista, ha comportato ai primi di luglio 2005 la vendita all’Italcantieri del 60% della società ligure, al valore di 3,3 milioni: Ruggieri ha anche assunto la presidenza del club spezzino. Poco dopo, l’Italcantieri ha girato questo pacchetto alla sua società (posseduta al 100%) Gestioni Sportive e Immobiliari di Reggio Emilia, che secondo le visure è una srl con 10mila euro di capitale: Ruggieri ne è l’amministratore unico. L’Inter è rimasta ancora azionista dello Spezia con il 38,67% del capitale. Sembrerebbe quindi che tutto finisca qui, con la cessione del pacchetto di controllo dello Spezia: e invece no. Infatti, scorrendo le ultime visure disponibili della Camcom sulla catena di controllo di Italcantieri si ha una sorpresa.

La società milanese è posseduta al 95,6% dalla Matutia Holding, srl con sede a Stradella (Pavia) con 100mila euro di capitale: anche qui, Ruggieri compare come amministratore unico. A sua volta, la Matutia ha due principali azionisti: la controllante Ruggieri Immobiliare srl (capitale sociale 10.400 euro) al 65% e la Mava Immobiliare (10mila) al 32,5%. Giuseppe Ruggieri è il procuratore speciale della prima, che ha come attività «la compravendita di beni immobili dal 1/5/1992: una sua familiare, Anna Ruggieri, ne è l’amministratore unico. Quest’ultima ricopre il medesimo incarico societario anche nella seconda srl, che è attiva nella «locazione, vendita di beni immobili propri, sublocazioni dal 23/5/2002». La Ruggieri Immobiliare e la Mava Immobiliare hanno due elementi in comune: il primo è lo stessa sede di Reggio Emilia. Fin qui, nulla di strano: ma è il secondo elemento che costituisce la sorpresa. In ambedue, il loro azionista di controllo si nasconde dietro la Fiduciaria Emiliana , anch’essa con sede a Reggio Emilia. In particolare, la fiduciaria detiene per conto terzi il 99% sia della Ruggieri Immobiliare che della Mava Immobiliare: Anna Ruggieri ne possiede l’1% di entrambe. E chi potrebbe essere “l’azionista mascherato”? Non è dato saperlo, a causa dell’intestazione fiduciaria: si può ipotizzare allo stesso Ruggieri o chissà forse chi altro.

E’ l’ennesimo mistero dell’italica pedata. Insomma, nel caso dello Spezia siamo davanti a una catena di controllo che termina con una fiduciaria. Con il “velo” posto da quest’ultima si aggira il divieto imposto all’articolo 16 bis delle Noif, ossia «non sono ammesse partecipazioni o gestioni che determinino in capo al medesimo soggetto controlli diretti o indiretti in società appartenenti alla sfera professionistica o al campionato organizzato dal Comitato Interregionale». La norma è molto restrittiva, al punto da chiarire che «un soggetto ha una posizione di controllo di una società o associazione sportiva quando allo stesso, ai suoi parenti o affini entro il quarto grado sono riconducibili, anche indirettamente, la maggioranza dei voti di organi decisionali ovvero un’influenza dominante in ragione di partecipazioni particolarmente qualificate o di particolari vincoli contrattuali». In altre parole, se per pura ipotesi dietro alla Fiduciaria Emiliana, posta a capo della catena di controllo dello Spezia, si nascondesse Massimo Moratti, socio di riferimento dell’Inter che ha venduto il pacchetto di controllo del club ligure, ciò sarebbe vietato dalle Noif. Analogo caso sarebbe se dietro alla fiduciaria si nascondesse la Fininvest di Berlusconi, che possiede la quasi totalità del Milan.

Il regime del Codice di giustizia sportiva contempla sanzioni a carico delle società (previsto all’art. 13) e dei loro dirigenti e soci. Per i club si va dalla minima “pena” dell’ammonizione, sino all’esclusione dal campionato di competenza, con conseguente retrocessione alla serie inferiore: nel caso della conquista del titolo di campione d’Italia, può essere revocato. Il Codice prevede anche per i club «la non ammissione o esclusione dalla partecipazione a determinate manifestazioni». Per i dirigenti e gli azionisti, l’articolo 14 del Codice prevede la sanzione lieve dell’ammonizione, sino ad arrivare all’inibizione temporanea o la squalifica a tempo determinato sino a un massimo di cinque anni. Nei casi più gravi è stata prevista «nei confronti del dirigente, socio di associazione o tesserato, la preclusione alla permanenza in qualsiasi rango o categoria della Figc». Le “punizioni” ci sono e sono anche severe. Tuttavia sembrano moltiplicarsi i casi di mascheramento dietro fiduciarie dei padroni del calcio: ma alla Covisoc, deputata ai controlli di rito, e in Figc lo sanno? Non sarebbe il caso di aggiornare l’articolo 16 bis delle Noif?

giovedì 28 febbraio 2008

recensioni del libro "il pallone nel burrone"


Il pallone nel burrone
Come i maggiori imprenditori italiani hanno portato il calcio al crac
di Salvatore Napolitano e Marco Liguori

Editori Riuniti - febbraio 2004

Sotto il bilancio niente
di Stefano Olivari
E no scusate. Adesso che il Corriere della Sera mette in prima pagina una notizia contro i grandi potentati finanziari, nel caso Moratti, vendendo il meccanismo delle plusvalenze calcistiche come una novità, non si può urlare 'Dove eravate?' a tutta la stampa italiana. Perché molti cronisti, non necessariamente eroi, delle acrobazie finanziarie dei grandi club parlano e scrivono da anni, guardati con compatimento da chi ha un registro etico solo: giustificare i giocatori almeno fino a quando non vengono ceduti all'estero (in quel momento si trasformano in mercenari), massacrare l'allenatore, esaltare la generosità e la signorilità del presidente.
Chi si ricorda dei presidenti che stringevano un 'patto fra galantuomini' con Calisto Tanzi? Qualcuno di loro rischia di fare la stessa fine. O dei giornalisti che consideravano Cragnotti un genio, un innovatore che avrebbe fatto ricadere i frutti del suo lavoro sull'obsoleto mercato italiano? Se hanno investito in azioni Lazio o in bond Cirio rischiano di dover lavorare fino a 102 anni, con o senza scalone. Troppo facile sparare adesso sui due maghi della finanza (la loro), la cui meritata caduta in disgrazia è stata amplificata dalla visibilità calcistica. Molti altri dirigenti del pallone, da Moratti a Galliani, si sono comportati e si stanno comportando, per quanto riguarda le attività sportive, secondo gli stessi schemi morali e contabili, fra plusvalenze gonfiate, operazioni oscure, giocatori strapagati, mediatori che appaiono e scompaiono. Da società a società cambiano solo le dimensioni del buco, e qualche tecnica ragionieristica, ma la logica è una sola: mascherare il disastro finanziario e rimandare al futuro il pagamento dei debiti reali. Siamo preparati all'ondata di libri sul crack del calcio, anche perchè presto molte squadre potrebbero essere solo un ricordo, e non vorremmo che quanto uscirà venga confuso con il lavoro che Marco Liguori e Salvatore Napolitano fanno da anni, con pochissimi imitatori, cercando di spiegare che cosa stia dietro allo sport più amato dagli italiani. Un lavoro ben conosciuto dai lettori del Manifesto, di Diario, del Sole e di molte altre testate (ci mettiamo anche Indiscreto? E mettiamocelo), che è stato fissato in un libro uscito nel 2004 ma attualissimo, 'Il pallone nel burrone - Come i maggiori imprenditori italiani hanno portato il calcio al crac' (Editori Riuniti), che spiega nel dettaglio, con tecnicismi ridotti al minimo e soprattutto con la necessaria ironia, il modo in cui manager e capitani d'industria da decenni riveriti e omaggiati dai giornali e tivù (anche perchè spesso li possiedono o possono intervenire su chi li possiede), oltre a ingannare il parco buoi della borsa italiana, hanno beffato tifosi, creditori e più di tutti lo Stato italiano, con artifici contabili che gli autori, in pura funzione antiquerela, definiscono 'creatività'.
Il libro è diviso in nove capitoli, mettendo insieme fatti e analisi ignoti alla maggioranza dei giornalisti sportivi, in parecchi casi facenti parte del parco buoi della Borsa italiana, tanto che in molte redazioni fino a qualche mese fa si parla più di covered warrant che dei pezzi da scrivere. Liguori & Napolitano raccontano i retroscena dell'asse Juventus-Milan, spezzatosi dopo le note vicende, e del falso mito delle grandi società che potrebbero vivere di diritti televisivi, se solo stessero da sole. Poi si va a parare sul mondo di Capitalia e su tutta la galassia di società da essa di fatto controllate o che comunque da Capitalia hanno ricevuto prestiti (ma guarda, ci sono anche Inter e Milan...). Viene spiegato il meccanismo delle plusvalenze, ricordando casi clamorosi, con quasi tutte le grandi società nella duplice veste di vittime e complici. In uno dei capitoli più sorprendenti, almeno per chi parla per sentito dire, si prende un bilancio ufficiale della Juventus, pronta a sparare sul doping finanziario degli altri ma indulgente verso sè stessa, e si nota come sia stato aggiustato solo tramite plusvalenze immobiliari con una sua controllata. La materia sembrerebbe ostica, ma Liguori & Napolitano scrivono per il pubblico, dedicando la parte in assoluto più esilarante, pur nella sua gravità (non dimentichiamo che lo Stato creditore alla fine sarebbero i cittadini), alla Lazio dell'epoca. Non tanto per i debiti e i problemi, quanto per gli effetti reali dello strombazzato, dai giornali di area, piano Baraldi, che non è stato altro che la riproposizione del vecchio schema: rimandare il pagamento dei debiti al futuro, mettendo delle toppe al presente facendo opera di convincimento sui creditori principali (i giocatori). Con la semplice lettura del bilancio, poi, e non per mezzo di una seduta spiritica, si nota che l'ultimo bilancio firmato da Cragnotti, il 30 giugno 2002, aveva evidenziato perdite per 103 milioni di euro circa, mentre in quello della stagione successiva, nonostante il regalo del decreto spalmaammortamenti, le perdite erano a quota 121.
Il libro è da leggere tutto di fila, perchè fatti e personaggi di cui ci occupiamo in maniera frammentaria, messi insieme costituiscono un affresco del marcio italiano da tramandare ai posteri, una specie di Cappella Sistina del cialtronismo, con il calcio nella sua consueta veste di metafora (tanto può essere metafora di tutto). Le banche che sostengono personaggi impresentabili, i misteri della ormai defunta (?) Gea, i mille processi, oltre ai trucchi per rendere presentabile una situazione contabilmente e moralmente da buttare già da anni, con la malafede che in molti casi si mescola all'incompetenza. Il libro conferma almeno uno dei luoghi comuni ai quali ci aggrappiamo, per mascherare la nostra ignoranza, e cioè che nell'ultimo decennio Massimo Moratti sia stato in Italia quello che ha perso di più a livello finanziario con il calcio. Segno di passione, visto che il peso maggiore delle ricapitalizzazioni è gravato sulle sue spalle, ma anche modello gestionale da studiare nelle scuole per non seguirlo. Insomma, non c'era bisogno di aspettare il gennaio 2007 per capire come i grandi club mettano a posto i bilanci, con metodi ai confini della realtà e spesso anche della legge. Liguori & Napolitano spiegano perchè il calcio italiano sia arrivato a questo punto di non ritorno, e già questo basterebbe per consigliare la lettura del libro, anche se ovviamente non si parla delle ultime due stagioni. Senza invettive, senza pistolotti politici (non a caso si parla molto di Milan ma poco di Berlusconi), con la forza di tanti piccoli particolari, si spiega poi perchè non potranno essere i dirigenti attuali a rifondarlo: per questo andrebbe regalato agli improvvisati risanatori, mendicanti gli aiuti di Stato, ed ai cantori delle loro gesta. Per liberarci di un certo modo di gestire la Juventus sono servite tonnellate di intercettazioni del dirigente che si credeva il più furbo dell'universo, quello che avendo la squadra nettamente più forte taroccava lo stesso il campionato, per le altre grandi società siamo ancora fermi al giornalismo da bar, quello del genere 'Moratti, Berlusconi e Sensi con i loro soldi possono fare quello che vogliono'. Speriamo in una seconda edizione, ma anche in un calcio senza campionati e partite già scritti.
Tratto da http://www.settimanasportiva.it/Terza/175/pallone, Libri veramente letti, 19.01.07

Il mondo del calcio assomiglia sempre più al Titanic. Mentre il transatlantico si avvicina pericolosamente agli scogli, a bordo si continua a far festa, tanto la nave è inaffondabile. Questo è ciò che pensano i dirigenti del calcio che sono anche tra i maggiori imprenditori italiani.
tratto dalla redazione RAI di "Chetempochefa", maggio 2006

Uno spettro si aggira per il mondo del pallone: lo spettro della licenza Uefa! Dall'edizione 2004-2005 chi vorrà partecipare alle competizioni internazionali dovrà avere i conti in ordine, pena l'esclusione immediata, comminata dal massimo organismo del calcio europeo: "Così è, se vi pare", avrebbe detto Luigi Pirandello!
Un vero guaio per le società italiane; ma, come si dice, la speranza è ultima a morire. E il cappello a cilindro dei dirigenti del nostro calcio è una batteria di allevamento di conigli in piena regola: molti ne sono usciti, altrettanti aspettano il loro turno.
A caccia del toccasana, il presidente federale, Franco Carraro, è stato categorico, parlando il 15 novembre 2003 in un albergo romano: "Rivedremo le norme economiche per l'ammissione delle squadre ai campionati, le adegueremo a quelle che richiederà l'Uefa per le coppe. Le nuove norme dovranno essere poi fatte rispettare in primo grado dalla Covisoc, che stiamo per rifondare, e in appello da un nuovo organismo esterno alla federazione, che chiamerei Corte di appello economico finanziaria".
Strano che la "rifondazione carrarista" non abbia previsto anche una sorta di Cassazione economico finanziaria: un terzo grado di giudizio non guasta mai, anche perché, alla Figc, ne hanno introdotto persino un quarto nel caso Catania dell'estate 2003. È impossibile criticare i proponimenti del numero uno federale, ma è altresì doveroso ricordare che il suo è un ritornello troppe volte pronunciato dai capi dell'arte pedatoria.
Meno di un anno prima, e cioè il 27 dicembre 2002, lo stesso Carraro aveva dichiarato solenne al Corriere della Sera: "Tagliamo le spese per salvare il calcio. Il 2002 è stato orribile, ma io sono ottimista: il nostro sport piace sempre di più e troveremo una soluzione". Mai giudicare orribile qualcosa, perché, se la situazione si deteriorasse ulteriormente, verrebbero inevitabilmente a scarseggiare gli aggettivi per descriverla ancora.
E il 2003 è stato senz'altro peggiore del 2002. dunque, norme nuove, certe, rigorose e uguali per chiunque. "Tutto molto bello" commenterebbe Bruno Pizzul, telecronista di centinaia di partite. C'è, tuttavia, il solito particolare da rilevare, ben sapendo di essere purtroppo venuti a noia: le regole esistono già e sono ferree, però le parti più indigeste sono perennemente accantonate. Lunedì 28 aprile 2003 il Consiglio federale aveva approvato le nuove NOIF [Norme Organizzative Interne Federali, ndr]; e, nella sede della Federazione, il tono era ultimativo: "Il prossimo luglio saranno certamente applicate!" Ma di certo c'è solo la morte. E infatti passarono soltanto poche settimane per veder procrastinare al luglio 2004 l'entrata in vigore dei punti maggiormente rigidi, prescritti dall'ultimo testo delle NOIF all'articolo 89: l'assenza al 30 aprile di debiti verso Erario, tesserati ed Enti previdenziali nonché il rispetto di due parametri; quello classico del rapporto tra i ricavi e l'indebitamento non inferiore a tre e quello nuovo, costituito da un altro rapporto, stavolta tra il patrimonio netto e l'attivo patrimoniale, che deve risultare non inferiore a 0,5. Se le regole fossero state applicate per davvero, i tifosi avrebbero dovuto cercarsi un altro passatempo domenicale (...)
tratto da: http://sapere.virgilio.it/extra/078/licenza.html
Pag. 197, Euro 12,00 – Editori Riuniti (Primo piano) ISBN 88-359-5489-4



"Il pallone nel burrone": ma il calcio è ancora un gioco?
Salvatore Napolitano e Marco Liguori, autori del saggio, ci spiegano perché lo sport più popolare in Italia sia diventato un affare colossale e come si siano potuti aprire baratri finanziari impensabili nelle casse delle maggiori società. E la domanda che ci si pone inevitabilmente è questa: ci si può ancora appassionare per quello che ormai è prevalentemente un business? Leggiamo le loro risposte e cerchiamo di imparare ad essere “tifosi consapevoli”.
Avete scritto un libro su di un argomento molto importante e di stretta attualità, ma di cui i giornali parlano davvero poco: perché avete scelto proprio un tema come questo?
Perché ci sembrava che il sistema stesse andando allegramente verso lo sfascio economico-finanziario: così, poco più di un anno e mezzo fa abbiamo deciso di occuparcene, prima sul settimanale Bloomberg Investimenti, poi sul Manifesto, dove scriviamo tuttora, per verificare se la nostra impressione fosse vera. I dati sono ormai sotto gli occhi di tutti, ammesso che li si vogliano vedere.

Perché allora i quotidiani danno poco spazio a questo problema?
Cominciano a occuparsene progressivamente di più e in maniera meno facilona.
Tanta strada c'è ancora da fare, perché probabilmente il calcio funge come una sorta di tranquillante di massa e dunque a molti appare poco opportuno indagare a fondo, anche perché tanti tifosi danno l'impressione di non voler sapere. E i tifosi sono anche lettori, oltre al fatto che diversi proprietari di squadre contano, e molto, nei giornali.

Non vorrei che raccontaste l'intero libro, ma in sintesi quali possono essere le cause di fondo di tali voragini economiche?
Le grandi squadre storiche Juventus e Milan e, un gradino sotto, l'Inter, hanno spinto la competizione dal punto di vista dei costi a livelli tali che solo chi ha le spalle protette dal punto di vista economico-finanziario e politico può reggere a lungo. Si scrive Juventus, Milan, Inter, ma si legge Fiat, Fininvest, Saras-gruppo Pirelli.

Grandi società, grandi imprenditori, eppure si contano a decine di miliardi i debiti societari: ci sono responsabilità anche da parte dei tifosi?
L'unica colpa dei tifosi, se si vuol definirla tale, è quella di appassionarsi ancora a un gioco impari. Ma ormai sono stati ridotti, soprattutto quelli che vanno allo stadio, a un ruolo marginale: Juve e Milan incassano ormai solo circa il 15% del loro fatturato totale dalla vendita dei biglietti e degli abbonamenti. Se però si convincessero che, lasciando vuoti gli stadi, scapperebbero anche tv e sponsor, potrebbero far valere il loro potere per chiedere una competizione più equa.

Perché sono state fatte delle leggi apposite? che cosa c'entra con uno sport il mondo della politica?
Le leggi vengono fatte per mettere toppe ad un vestito sdrucito e per non affrontare radicalmente la questione. Il calcio non è più da tempo uno sport ma un puro affare economico, un 'business' per dirla con un anglicismo in voga; la politica è entrata nel momento in cui lo spettacolo si è trasformato, come detto in precedenza, in tranquillante di massa. Senza dimenticare che il presidente del Consiglio è contemporaneamente il presidente del Milan, che utilizza come suo biglietto da visita vincente. E che il presidente della Federcalcio è anche un banchiere, siede infatti sulla poltrona di presidente di Mcc, banca d'afffari del gruppo Capitalia.

Vedete qualche via d'uscita o ormai il sistema è in sé malato?
La via d'uscita sarebbe quella di redistribuire le risorse e di slegare le squadre dalla forza dei loro azionisti di maggioranza, riducendo al contempo i costi in modo drastico. In altre parole, chi oggi ha il potere dovrebbe accettare l'idea di cederne gran parte: non è questa la direzione verso cui si va; basta vedere la velocità con la quale Juve, Milan e Inter hanno rinnovato con Sky il loro contratto per la cessione dei diritti tv criptati, in scadenza il 30 giugno 2005.
intervista rilasciata a http://www.librialice.it/news/primo/napolitano-liguori.htm

mercoledì 27 febbraio 2008

Liberomercato 27 febbraio 2008 pagina 12

Calcio & finanza

Tre derivati con Unicredit
per il Brescia Calcio
Bilancio sotto di 8 milioni


Marco Liguori
Dopo il Verona (Liberomercato del 7 novembre scorso) anche il Brescia Calcio ha utilizzato i derivati. Nel bilancio al 30 giugno 2007 depositato in Camera di Commercio della società guidata dall’amministratore unico Luigi Corioni, militante nel campionato di serie B, vi sono tre contratti. Nel documento non si accenna alla banca con cui sono state svolte le operazioni, inserite alla voce “conti d’ordine”. Liberomercato ha contattato Attilia Ferrari, procuratore speciale delle “rondinelle”: il dirigente ha spiegato che l’istituto in questione «è Unicredit Banca». Nella tabella collocata nella nota integrativa è sottolineato che è stato sottoscritto un “sunrise swap” il 20 giugno 2003, con scadenza al prossimo 24 giugno, per un importo di 11,5 milioni di euro. Il secondo derivato è un “knock in forward” stipulato il 26 luglio 2005 per un valore di un milione di dollari Usa, con scadenza al 16 giugno prossimo. In questo giorno terminerà il “currency option”, anch’esso per un milione di dollari, firmato dal Brescia sempre il 26 luglio di tre anni fa. Al contrario delle operazioni poste in essere dal Verona, la valutazione mark to market, ossia il costo nominale di mercato al 30 giugno, risulta essere positiva per il “sunrise swap” per oltre 456mila euro e per il “knock in forward” per una cifra di poco superiore alle 382mila euro. Soltanto il “currency option” è in perdita per poco più di 19mila euro. Secondo la nota integrativa «il valore nozionale dei derivati in essere consiste in euro 11.500.000 ed in dollari 2.000.000, il cui fair value in estinzione al 30 giugno 2007 era pari a euro 1.480.933». Sempre nel testo si spiega che i derivati sono stati «utilizzati con finalità di copertura rischio cambio». Nella gestione finanziaria del conto economico, negativa per 1,57 milioni (-1,97 milioni del 2005/06), si nota un rosso per 1,16 milioni per interessi e altri oneri finanziari e 478mila euro per perdite su cambi. La società specifica che queste ultime «sono state tutte realizzate e sono pertanto di competenza diretta dell’esercizio».
Il bilancio 2006/07 si è concluso con una perdita di 8,26 milioni: in precedenza era di 751mila euro. La motivazione dell’incremento è riportata nella relazione sulla gestione: «non aver ceduto nel corso dell’annata 2006/07 i calciatori più importanti e richiesti dal mercato per poter mantenere una squadra competitiva» per poter puntare nel 2007/08 alla «promozione in serie A». I ricavi, pari a 15 milioni (+31,30%), sono stati inferiori ai costi, ammontati a 21,76 milioni (-6,1%), per 6,7 milioni: dato in discesa dagli 11,7 milioni del 2005/06. Al conto economico mancano i 13,4 milioni di plusvalenze calciatori realizzate al 30 giugno 2006: nello scorso esercizio hanno raggiunto appena i 510mila euro, con le cessioni di Santoni allo Spezia (500mila euro), Settembrino al Carpenedolo (10mila) e Pezzana al Siena (290 euro). I proventi tv (5,2 milioni) sono aumentati oltre un milione. Tra i costi si segnala il drastico calo di 1,06 milioni dei salari e stipendi (8,2 milioni).
Riguardo allo stato patrimoniale i crediti, pari a 18 milioni, hanno superato i debiti, pari a 17,6 milioni. Tra questi si nota il forte incremento di quelli con le banche, passati da 1,97 a 4,58 milioni. Il Brescia ha illustrato i rapporti con la controllante al 95% Brescia Service (il rimanente è di Corioni), e con la capogruppo Sportinvest (controllata da Nazionale Fiduciaria e Solofid Fiduciaria). Con la prima possiede debiti per finanziamenti postergati per 3,8 milioni e crediti commerciali per 11,7 milioni derivanti dalla cessione del marchio avvenuta nel 2005. Invece con Sportinvest ha un debito finanziario di 1,12 milioni.

lunedì 25 febbraio 2008

comunicato fnsi su vicenda ifatti.com

http://www.fnsi.it/Default.asp?key=7716&SINGA=S

Licenziati quattro giornalisti dell’agenzia ‘iFatti.com’
La Fnsi: “Incredibile ed inaccettabile decisione dell’editore”


22/02/08
“Quattro giornalisti dell'agenzia di stampa ‘iFatti.com’, edita dalla società napoletana Edizioni Senzaprezzo, sono stati licenziati su due piedi. La decisione della società è tanto più grave in quanto è avvenuta a seguito di un incontro a Roma, chiesto più volte, con il direttore della testata finalizzato all'osservanza dei più elementari diritti: pagamenti degli stipendi, organizzazione del lavoro e mancate contribuzioni ad Inpgi e Casagit.
Invece di rispondere alle richieste dei colleghi l’Edizioni Senzaprezzo ha avviato le procedure di licenziamento dei giornalisti. La Fnsi ed i colleghi contestano la decisione dell’editore come atto inaccettabile, irresponsabile e lesivo della dignità professionale al di fuori da ogni legge e regola. La Federazione Nazionale della Stampa è al fianco dei colleghi e si riserva di agire nei confronti dell’Edizioni Senzaprezzo in tutte le sedi competenti per impedire gli ingiusti licenziamenti e per far riconoscere ai collaboratori dell’agenzia di stampa ‘iFatti.com’ il loro reale rapporto di lavoro e le loro giuste competenze”.

sabato 23 febbraio 2008

400mila euro per il regista e per la figlia del petroliere, 116mila per l'ideatore pubblicitario

Liberomercato 23 febbraio 2008

Le consulenze di Moratti

Salvatores e Toscani
per il lifting dell’Inter


Il regista realizzerà un film sull’attività sociale del club, il fotografo rifarà il marchio. Allo studio un nuovo stadio

Marco Liguori

Consulenze ben retribuite e un nuovo stadio per la "beneamata". Nel bilancio di Inter Brand, la società proprietaria dei marchi dell’Inter da questa interamente controllata, chiuso al 30 giugno scorso con una perdita di 60mila euro, sono citate due illustri presenze del mondo dello spettacolo e della comunicazione. Si tratta di Gabriele Salvatores e Oliviero Toscani. Il famoso regista è socio pariteticamente al 25% assieme a una delle figlie del presidente Massimo Moratti, Maria Carlotta, e due altri azionisti nella Red House Produzioni, costituita secondo le visure della Camera di Commercio il 4 maggio scorso ossia dodici giorni dopo la conquista anticipata del quindicesimo scudetto interista. La relazione sulla gestione di Inter Brand, presieduta da AngeloMario Moratti (rampollo di Massimo e consigliere di Inter spa), spiega che è stata elargita a Red House la somma di 100mila euro quale "acconto, della somma onnicomprensiva di 400.000 euro" per la "realizzazione di un documentario avente a oggetto l’attività sociale e di promozione del gioco del calcio svolta nel mondo tramite il programma Intercampus estero". Inter Brand riceverà entro il 31 marzo prossimo il film dalla società di Salvatores e della Moratti, che lo preparerà a proprie spese: i contributi a essa versati da sponsor alla "dovranno essere eventualmente detratti dal compenso". Invece la "Oliviero Toscani progetto La Sterpaia" ha ottenuto l’incarico "di realizzare un nuovo marchio da lanciare per il "Centenario" di Fc Internazionale Milano". Alla voce "ratei e risconti" dell’attivo patrimoniale è indicata per questa consulenza la somma di 116mila euro.
Nella relazione è riportato l’incarico a "un professionista per lo sviluppo di un progetto che verifichi la possibilità di costruire un nuovo stadio". Inter Brand non ne specifica il nome: spiega che "la durata è di 36 mesi". L’idea, accarezzata più volte da Massimo Moratti, comporta la realizzazione "di un impianto moderno, funzionale, all’interno del quale implementare al meglio le sinergie rivolte alla massimizzazione dei ricavi attraverso un migliore esercizio dei diritti di sfruttamento economico legati alla miglior valorizzazione dei marchi Inter".
Il bilancio di Inter Brand mostra anche un rapporto consolidato con Rcs. Tra i 137 milioni della voce "ratei e risconti passivi", ossia anticipo ricavi futuri (in gran parte canoni per licenza d’uso del marchio Inter verso la controllante), è indicata una cifra totale di 559mila euro versata da Rcs Quotidiani, riferita "a due contratti di licenza del marchio per la produzione e la commercializzazione di Dvd e medaglie dorate celebrative dell’Inter" con scadenza 2012. Inoltre, tra gli oneri diversi di gestione è evidenziata una transazione con Rcs Sport per 150mila euro, per il rimborso forfettario dei costi sostenuti "per l’organizzazione di un grande evento di fine stagione sportiva 2006/07 allo Stadio Meazza di Milano a tacitazione di ogni e qualsiasi danno subito in conseguenza del suo annullamento".
Invece, il bilancio della consolidante Internazionale Holding, comprendente oltre alla capogruppo Internazionale Holding spa anche Fc Inter spa, Inter Brand e Inter Futura, si è chiuso con un rosso di 216 milioni, influenzato in particolare dalla perdita di 206,8 milioni della società calcistica. La catena di controllo della Holding nerazzurra è saldmente nelle mani di Massimo Moratti, affiancato da Cmc con 1,87% e al’1,74% dalla lussemburghese Hellas Sport International. Quest’ultima, secondo il Journal Officiel del Granducato, è controllata dalla Ihf Company avente sede a Tortola, nel paradiso fiscale delle Isole Vergini britanniche. Ma chi c’è dietro questo velo societario internazionale? Allo stato attuale, non è dato saperlo.

una squadra nella tempesta

il Manifesto 05/03/2003

Lazio nel vortice dei debiti

MARCO LIGUORI
SALVATORE NAPOLITANO

Altro che partita di oggi contro la Juventus: i veri problemi sono altri. Ma in casa Lazio sono ormai abituati agli acquazzoni, sicuri di avere degli ombrelli molto robusti, che nel passato hanno permesso alla società di uscire perfettamente asciutta dai più violenti scrosci d'acqua: gli ombrelli di fabbricazione Capitalia, con il marchio Mediocredito centrale e Federcalcio. In altre parole, Cesare Geronzi e Franco Carraro, giusto per ricordarlo agli smemorati. Per questo motivo, anche l'annuncio della società di certificazione, la Deloitte & Touche, che ha di fatto bocciato il bilancio allo scorso 31 dicembre, dicendosi impossibilitata a esprimere «un giudizio professionale di revisione sulla relazione semestrale», è stato accolto con sostanziale indifferenza ai piani alti di Formello. «Tranquilli, è tutto sotto controllo. Sono solo tecnicismi» ha dichiarato l'amministratore delegato Luca Baraldi. Peccato che i conti dicano tutt'altro. E lo dicano ormai da molti mesi. Se fosse un giocatore, Baraldi meriterebbe ampiamente il cartellino rosso: da settimane, e con l'assenso complice della stampa sportiva, il dirigente non perde occasione per ribadire che dall'approvazione del piano di conversione di cinque mensilità di stipendi in azioni dipenda la salvezza della società. Poi qualche ultrà ci crede ed espone degli striscioni minatori nel campo di allenamento, etichettando come «traditori» e «mercenari» i riottosi all'accordo. Ma basta fare due semplici calcoli per rendersi conto che non è così. Il risparmio di circa 20 milioni di euro, garantito nel caso in cui tutti i calciatori sottoscrivessero il piano Baraldi, è una goccia nell'oceano dei debiti della Lazio: secondo i dati comunicati il 30 aprile alla Consob, l'indebitamento finanziario netto al 31 marzo è di 85,6 milioni, mentre i debiti verso tesserati, Erario ed enti previdenziali sono saliti a 125,7 milioni. E non è l'ammontare totale del passivo. Non è finita qui: diverse voci del bilancio della Lazio nascondono altri buchi. La Deloitte, che qualche tremore deve conservarlo visto che aveva approvato il bilancio 2001 della Cirio, controllante della Lazio, successivamente impugnato in Tribunale dalla Consob (l'organismo di controllo delle società di Borsa), ha dovuto ribadire ciò che aveva affermato nella revisione al bilancio al 30 giugno 2002: l'esistenza di una situazione di «squilibrio finanziario in quanto le passività correnti superano in misura significativa le attività correnti». La Deloitte ha anche osservato che, tra i fondi rischi, la Lazio ha accantonato 2,23 milioni di importo per il debito Irap, ma non le relative sanzioni. Ed ha puntualmente rilevato che la pronta adesione al decreto cosiddetto «salva calcio» ha comportato una svalutazione dei diritti pluriennali alle prestazioni dei calciatori per 196,1 milioni: tutto lecito in base alla legge varata in gran fretta dal Parlamento a febbraio, ma un buco aggiuntivo in piena regola, secondo la teoria della contabilità. In merito all'applicabilità della norma, si attendono lumi dalla Commissione europea. C'è di più: tra i crediti verso società del gruppo Cirio spiccano ormai da fine giugno importi per circa 30 milioni vantati verso Cirio Immobiliare, Cirio Agricola e Cirio Ricerche, che sono, direbbero i tecnici, delle partite «incagliate», ossia di improbabile riscossione. E nessun accantonamento è stato effettuato per i 36,3 milioni richiesti dalla società olandese Van Doorn, in pendenza di giudizio davanti al Tribunale di Amsterdam per un vecchio contratto di sfruttamento dell'immagine dell'ex bandiera Alessandro Nesta. Insomma, anche i 110 milioni dell'aumento di capitale, servirebbero a ben poco: sono cose che Geronzi, unico a poterlo sottoscrivere, conosce alla perfezione. C'è un ultimo problema sul versante giudiziario: già all'inizio della prossima settimana potrebbe essere depositata l'istanza di fallimento da parte di Ivan De La Pena, l'ex che reclama ancora circa 3 milioni di dollari. Sarebbe la terza volta per il calciatore spagnolo, che aveva ritirato le due precedenti. E' facile ipotizzare che il Tribunale di Roma non accoglierà benevolmente questi continui giochetti dilatori da parte della Lazio. Baraldi non è certo responsabile del disastro dei conti biancocelesti: ma fino a quando vorrà correre il rischio di un'eventuale futura azione di responsabilità nei confronti degli amministratori? Il 30 giugno, data di chiusura del bilancio annuale, è già dietro l'angolo. Ma i guai arrivano anche dal versante sportivo: certo, il fatto che il numero uno della Federcalcio, Franco Carraro, sia anche il presidente di Mediocredito Centrale, secondo azionista della Lazio, ha fatto sì che le calcolatrici della Covisoc, la commissione che vigila sull'ammissione delle società ai campionati professionistici, funzionassero lo scorso anno in modo alquanto approssimativo. Ma da quest'anno sarà più difficile distrarsi: il Consiglio Federale ha infatti approvato lunedì scorso, nel silenzio generale, le nuove norme di ammissione ai prossimi campionati: sono disposizioni più severe delle precedenti. Stavolta saranno applicate? Secondo la nuova versione dell'articolo 89 delle Norme Organizzative, «costituiscono condizioni per l'iscrizione al campionato» il rispetto del rapporto ricavi/indebitamento non inferiore a 3 e quello, nuovo di zecca, patrimonio netto contabile/attivo patrimoniale non inferiore a 0,5. Per la Lazio il primo viaggia da tempo intorno a 0,45, il secondo, al 31 gennaio, era a 0,005. Ammesso e non concesso che Capitalia sottoscriva l'aumento da 110 milioni il rapporto salirebbe non oltre 0,25. Non è mica finita: un'altra condizione è l'assenza al 30 aprile di debiti scaduti nei confronti di tesserati, Erario ed Enti previdenziali. La Lazio è già fuori: alla Covisoc basterà semplicemente leggere i dati richiesti dalla Consob. Dulcis in fundo, l'articolo 88 richiede l'obbligo di certificazione dei bilanci: cosa che la Deloitte non ha fatto, né allo scorso 30 giugno, né allo scorso 31 dicembre. Serve altro?

uno stadio commerciale

il manifesto 22/05/2003

La nuova frontiera immobiliare della Juventus

Lo stadio Delle Alpi di Torino diventerà presto un centro commerciale. Ecco come e perché


MARCO LIGUORI 
SALVATORE NAPOLITANO

Cose strane accadono all'ombra della Mole Antonelliana. Sono cose che riguardano l'uso dello spazio pubblico concesso dal Comune. Hai un bar o un ristorante e vuoi espanderti mettendo dei tavolini sul marciapiede, vuoi installare un banco per il commercio di libri usati oppure di fiori? Il costo annuo al metro quadro sarà mediamente di 76,65 euro: un po' di più in centro, un po' meno in periferia. Se il ristorante volesse aggiungere una veranda, il costo medio salirebbe a 115,28 euro. Sei un'azienda che voglia occupare il suolo pubblico per attività economiche o promozionali? La tariffa sarà ben più elevata e si attesterà mediamente a 613,2 euro. Ma se sei una società di calcio e ti chiami Juventus il trattamento a te riservato sarà del tutto diverso. Ti potrà essere dato il diritto di edificare sul suolo comunale e di divenire proprietario della costruzione per 99 anni: tale diritto è detto «di superficie» dal Codice Civile. In più, ti è riservata la possibilità di acquisire anche la proprietà del suolo, qualora il Comune decidesse di venderlo. Tutto questo per la modica cifra annua di 4,68 euro al metro quadro: in altre parole, 9.050 delle vecchie lire. E' il senso della Convenzione, relativa allo Stadio Delle Alpi ed alle zone ad esso adiacenti, che il Comune di Torino sta per firmare con la Juventus e che è sorta dopo la modifica al Piano regolatore. Non occorrono sofisticati calcoli per capire il senso di una delibera che assomiglia tanto ad un grazioso regalo: per la costituzione del diritto di superficie la Juventus pagherà in totale 25 milioni, ossia 252.525 euro all'anno. L'area interessata è di 54mila metri quadrati, parte all'interno del Delle Alpi, parte all'esterno. In cambio, la società bianconera potrà costruirvi un centro commerciale, una multisala cinematografica, la nuova sede e dei parcheggi. Deciso il regalo, il Comune avrebbe potuto almeno farsi pagare subito: neanche per sogno. Si accontenterà di ricevere 18 dei 25 milioni complessivi in 9 rate annuali. Tutto ciò è accaduto con l'accordo sostanziale delle forze politiche di maggioranza e di opposizione, ad eccezione di Rifondazione comunista che ha votato contro. Mentre potrebbe essere al tramonto l'epoca delle plusvalenze incrociate è forse questa la nuova frontiera «immobiliare» di cui parla l'amministratore delegato della Juventus, Antonio Giraudo, ipotizzando un roseo futuro: che si appresti a farsi concedere altri diritti di superficie alle medesime condizioni per costruirvi qualunque tipo di edificio e poi rivenderlo a prezzi più alti? Da sempre il bilancio dei bianconeri risponde alla filosofia del «beati monoculi in terra caecorum», nel senso che è soltanto meno peggiore dei conti dissestati di tante squadre di calcio. Dunque, anch'esso avrebbe urgente bisogno di qualche idea geniale: nonostante sia possibile raggiungere al 30 giugno, giorno di chiusura dell'esercizio, il record assoluto di fatturato per le società calcistiche italiane con 200 milioni, i conti 2002-2003 sono destinati a chiudere in rosso. Al 31 marzo, le perdite complessive dei primi nove mesi erano pari a 11,37 milioni, nonostante plusvalenze già incamerate per 13,48 milioni. La Juventus è infatti solita imputare all'esercizio successivo (in questo caso al 2002-2003) i movimenti della campagna trasferimenti, cioè quelli dell'estate 2002. Così l'imminente calciomercato produrrà effetti solo sul bilancio dell'esercizio 2003-2004. E non sarebbe sufficiente a invertire il segno del conto economico annuale nemmeno l'eventuale adesione al decreto cosiddetto «salvacalcio», che, in base ad un gioco di prestigio ideato dalla maggioranza parlamentare, consente di suddividere nell'arco di dieci anni le perdite derivanti dalla diminuzione del valore di mercato dei calciatori. Nella sede di Corso Galileo Ferraris questi numeri sono perfettamente conosciuti: tanto che appare subdolo il consiglio, dato ieri dalla Gazzetta dello Sport al direttore generale Luciano Moggi, di fare un tuffo nella piscina piena di euro di cui la Juventus disporrebbe. Se Moggi si tuffasse davvero in quella piscina, ne uscirebbe con un vistoso bernoccolo. Più saggiamente, il direttore generale avrà preferito esercitare, e con lui anche il vice presidente Roberto Bettega, il diritto di acquistare 347.525 azioni della società bianconera al prezzo di 21 centesimi. Con il titolo che viaggia in Borsa intorno ai 2,35 euro al momento fa una plusvalenza, vera per entrambi, di circa 750.000 euro.

astuzie rossonere

il manifesto 5-12-2003

Diavolo, un ricettario di furbizie

Il patrimonio calciatori svalutato col decreto «spalma perdite», le plusvalenze fittizie con l'Inter, il ricorso ai condoni fiscali, l'appoggio imprescindibile della Fininvest: sono gli artifici contabili usati dal Milan per il bilancio della stagione 2002/03. Chiuso, nonostante tutto, con un passivo di 29,5 milioni di euro.

MARCO LIGUORI
SALVATORE NAPOLITANO

La ricetta è ampiamente sperimentata e gli ingredienti ormai noti. Si prende una dose massiccia di svalutazione dei diritti pluriennali alle prestazioni dei calciatori, usufruendo della famigerata legge definita «spalma perdite», facciamo 242,005 milioni di euro. Vi si aggiunge un sostanzioso strato di plusvalenze incrociate fittizie, facciamo 27,95 milioni. Si mischia l'impasto ottenuto con un paio di condoni: il primo per chiudere le liti fiscali pendenti dinanzi alla Commissione tributaria o al giudice ordinario, facciamo 2,389 milioni; l'altro, chiamato «tombale», atto a definire tutte le posizioni relative a Irpef, Irap e Iva fino al 30 giugno 2001, facciamo 1,813 milioni. Infine, si condisce il tutto con un assegnino staccato dall'azionista di maggioranza per ripianare le perdite nel bel mezzo della stagione: una spruzzatina di 60,579 milioni. Si ottiene un piatto di gran moda, ma totalmente indigesto a chi crede che le regole contino ancora qualcosa. Grosso modo è questo il bilancio del Milan, chiuso al 30 giugno 2003: un ricettario della furbizia. Ma tutto ciò non è bastato per finire in utile. Infatti, in via Turati è rosso continuo: 29,5 milioni di perdite, in linea con i 33,22 dell'anno precedente. E non è stato sufficiente nemmeno il record del fatturato, aumentato al massimo storico, per la prima volta oltre i 200 milioni: esattamente a 203,852 milioni, il 28,33% in più dei 158,854 dell'esercizio precedente. Con i suoi 218,3 milioni incassati, solo la Juventus è riuscita a far meglio: rossoneri e bianconeri sono stati beneficiati dall'aver raggiunto la finale di Champions League nella scorsa stagione. I conti del Milan riflettono la gioiosa abbondanza derivante dal fatto che la squadra è il biglietto da visita del Cavaliere. In tempi di generale carestia, la società rossonera ha potuto tranquillamente permettersi un sostanzioso incremento degli stipendi elargiti: dai 121,588 milioni della stagione 2001-2002 ai 152,568 di quella
2002-2003. E' la conseguenza di una campagna acquisti incentrata sugli arrivi di Alessandro Nesta, Rivaldo, Clarence Seedorf e Jon Dahl Tomasson. E le solenni promesse di risanamento, che sono state necessarie per ottenere la legge 27 del 21 febbraio 2003, la cosiddetta «spalma perdite»? Quelle le ha fatte il presidente della Lega calcio Adriano Galliani, mica l'amministratore delegato rossonero Adriano Galliani. Il rosso di bilancio è stato attutito drasticamente dalla legge 27 e dalle plusvalenze fittizie: sarebbe stato infatti di 112,71 milioni senza il ricorso ad esse. Non avrebbe creato però soverchi problemi ai conti rossoneri: l'azionista di maggioranza Fininvest, leggasi Silvio Berlusconi, che controlla la quasi totalità delle azioni, avrebbe semplicemente dovuto sborsare l'eccedenza di perdite, rispetto a quelle iscritte a bilancio, di 83,21 milioni. Una bazzecola per le tasche capienti del presidente del Consiglio, ma pur sempre un piccolo fastidio da 160 miliardi e spiccioli di vecchie lire.

Il Milan ha infatti sfruttato in misura rilevante i benefici dell'ineffabile «spalma perdite», svalutando il patrimonio calciatori nella misura di 242,005 milioni. Tra le grandi che vi sono ricorse, solo l'Inter ha operato un taglio più drastico. Come spiegato a pagina 37 del bilancio rossonero, l'adozione della norma ha generato minori ammortamenti complessivi pari a 54,305 milioni. E gli ammortamenti, come chiunque sa, sono un costo. Ma non è tutto: la Deloitte & Touche, società chiamata alla revisione del bilancio, ha dovuto sottolineare che, se tale svalutazione fosse stata imputata interamente al conto economico, «come previsto dalle norme sul bilancio di esercizio contenute nel Codice Civile e dai principi contabili di riferimento» l'aumento della perdita, e la contestuale riduzione del patrimonio netto sarebbe stata pari a «217,805 milioni, ovvero l'ammontare delle svalutazioni pari a 242,005 milioni meno la quota di ammortamento dell'esercizio pari a 24,2 milioni». E qui il fastidio per la Fininvest sarebbe stato un po' maggiore:
un assegno da circa 422 miliardi di vecchie lire. Quanto alle plusvalenze, il Milan non ha affatto perso il vizio degli anni passati, iscrivendo a bilancio un totale di 28,908 milioni. Gli scambi con l'Inter sono ormai assurti al rango di consuetudine, ma lo scorso giugno è stato infranto il record: quattro carneadi hanno fatto il viaggio da Milanello ad Appiano Gentile e viceversa. Quello di Simone Brunelli, Matteo Deinite, Matteo Giordano e Ronny Toma verso l'Inter ha generato una plusvalenza fittizia totale di 11,961 milioni. In cambio, sono però arrivati a prezzi folli, in tutto 13,95 milioni, Salvatore Ferraro, Alessandro Livi, Giuseppe Ticli e Marco Varaldi.

Nelle sue usuali operazioni, il Milan non si è accordato con la sola Inter, ma anche con il Parma. Le cessioni di Marco Donadel, Davide Favaro e Mirco Stefani, scambiati con Luca Ferretti, Roberto Massaro e Filippo Porcari, hanno garantito 7,892 milioni di plusvalenza. Quanto ai rapporti con il Fisco, è rilevante l'ammontare pagato dai rossoneri per aderire ai vari condoni previsti dalla legge finanziaria 2003: 4,202 milioni complessivi, ossia 8 miliardi e 136 milioni di vecchie lire, sono la prova che la società milanista non può godere dell'etichetta di contribuente modello. Solo per fare due paragoni, la Juventus ha dovuto sborsare 755mila euro e l'Inter una vera inezia: 68.698 euro. Infine, il Milan continua a beneficiare dei privilegi dell'appartenere al gruppo Fininvest. Lo ha segnalato, come accade ogni anno all'atto della certificazione del bilancio rossonero, anche la Deloitte & Touche e se ne comprende bene il perché: oltre ai 60,579 milioni di perdite ripianate dalla Fininvest con decisione presa dall'assemblea straordinaria del 20 dicembre 2002, si segnalano 11,333 milioni di ricavi ottenuti dal Milan per un accordo con Publitalia `80, concessionaria di pubblicità del gruppo, un debito di 15,844 milioni di natura finanziaria con la Fininvest, e qualche spicciolo per la cessione dei diritti televisivi a R.T.I. delle insulse amichevoli estive.

Non solo la situazione economica è precaria, ma anche quella finanziaria non è affatto brillante. Se la società supera indenne le tempeste è solo perché ha le spalle coperte dalla Fininvest: e può contare su aiuti importanti proprio per la sua appartenenza. Al 30 giugno 2003 la differenza tra debiti da un lato, e crediti e liquidità dall'altro, era pari a 92,358 milioni. Uno squilibrio certamente rilevante che però è di molto inferiore a ciò che sarebbe potuto essere. Infatti, a quella data, il Milan aveva già incassato i proventi relativi alla cessione dei diritti televisivi criptati sia per il campionato 2003-2004 che per quello successivo: e si parla di circa 150 milioni, equivalenti a poco più di 290 miliardi di vecchie lire. E' come se una famiglia avesse incassato in anticipo due anni di stipendio: ma se un giorno il datore di lavoro dovesse decidere di interrompere questa piacevole usanza, pagando alle scadenze regolari di fine mese, per due anni la famiglia in questione non incasserebbe più un centesimo: sarebbe perciò costretta a indebitarsi con le banche o con i fornitori per far fronte alle spese. E naturalmente subirebbe dei salatissimi interessi passivi, innescando un circolo vizioso: nel caso del Milan, 150 milioni di prestito al tasso del 7,125%, riservato alla clientela di primissimo ordine, produrrebbero un onere annuo di 10,69 milioni: un costo superiore a quello del promettente brasiliano Kakà.

il grande Mimì Rea

http://www.indiscreto.it/indiscreto.nsf/ 11 gennaio 2006

Nel paese dei vicecampioni

di Marco Liguori

Domenico Rea è conosciuto per i suoi capolavori letterari, in Italia e nelle numerose traduzioni all’estero. Per citarne solo alcuni: “Spaccanapoli”, “Gesù fate luce”, “Ninfa plebea”. In essi ha raccontato di Napoli (dov’era nato nel 1921), di Nocera Inferiore (dove aveva trascorso la sua adolescenza) e del Sud, con i loro personaggi e le vicende di vita quotidiana. La sua fervida e abile mano di scrittore ha saputo perfettamente incastonare nella quotidianità elementi di fantasia: a questi ha sempre aggiunto i tratti umani dei suoi personaggi, raccontati e descritti con grazia, passione e dovizia di particolari. Ma la sua penna immortale non è mai caduta nella trappola della retorica e dell’iconografia napoletana tradizionale: Vesuvio, pizza e mandolino. Nei suoi romanzi e nei suoi racconti sono amalgamati realtà e fantasia, dramma e allegria, luci e ombre della vita di tutti i giorni: il tutto a volte intervallato da espressioni napoletane, che rendono ancor più vivi i suoi scritti. La sua personalità si può evidenziare in questo suo pensiero, espresso in un’intervista ad un quotidiano spagnolo, mentre girava nella penisola iberica per alcune presentazioni e conferenze: “No soy socialista ni izquerdista. Tampoco de ninguna derecha. Yo soy un libre pensador”. (Non sono socialista, né un uomo di sinistra. Né tantomeno di destra: sono un libero pensatore). Un atteggiamento di agnosticismo politico, derivante in gran parte dalla sua “sconfessione” dell’ideologia comunista dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Urss nel 1956. Rea ha però sempre avuto nella sua vita una stella polare, che riluce anche nei suoi romanzi: combattere l’ingiustizia, quale essa sia. Noi di Indiscreto non abbiamo però l’intenzione di ammorbare il lettore con panegirici letteral-intellettuali. Lungi da noi un tale proposito: ce ne sarebbe sicuramente grato anche “Mimì” Rea...Invece, vogliamo parlare di un lato poco conosciuto dello scrittore napoletano: il suo rapporto con il mondo del calcio. L’occasione nasce da un volume pubblicato alla fine del 2005 dalla Mondadori, nella sua collana “Meridiani”, a circa 12 anni dalla sua scomparsa. Il titolo è “Opere”: una summa di tutti i racconti, romanzi, poesie, saggi, commedie e scritti giornalistici del grande “Mimì”. Rea è stato prestigioso collaboratore del “Guerin Sportivo” tra il 1970 e il 1971: in quegli anni il famosissimo settimanale sportivo era diretto da Gianni Brera. A ciò si aggiunge nel 1975 la breve direzione del mensile “Il Napoletano”, edito dalla Tursport, collegata alla Società sportiva calcio Napoli (fallita nel 2004), presieduta allora da Corrado Ferlaino. Soltanto i primi tre numeri portarono la firma di Rea: il ponte di comando dell’iniziativa editoriale detenuta dal club del “Ciuccio” passò dal quarto numero a Domenico Carratelli, mentre Rea ottenne una “consulenza letteraria”. “Mimì” portò al giornale una squadra di collaboratori di primissimo ordine: Gaetano Afeltra, Giovanni Arpino, Carlo Bernari, Giorgio Bocca, Roberto De Simone, Antonio Ghirelli e Mario Soldati.
Ma qual era effettivamente il rapporto del grande scrittore con il mondo, per dirla con Brera, di “Eupalla”? Sicuramente complesso e molto particolare. Si può tranquillamente affermare che “Mimì”, in omaggio alla sua idea di “libero pensatore”, non fosse un tifoso, né un devoto descrittore di tattiche e schemi. Sua figlia Lucia ricorda che “era un amante del bel gioco: se una partita in tv lo annoiava, si alzava senza perdere tempo”. Ma c’è un particolare molto importante. “Se in un incontro c’era una squadra potenzialmente più debole dell’altra – prosegue la figlia Lucia nei suoi ricordi – papà parteggiava per quest’ultima”. Anche nel calcio, quindi, Rea era dalla parte dei “diseredati”, coerente al suo ideale di combattere l’ingiustizia. Il “Rea-pensiero” sul gioco del calcio è condensato nell’articolo (pubblicato il 29 giugno 1970) intitolato “I mondiali del Messico”: il titolo originale era “I mondiali del Messico saga di faziosità”. Il testo parte da Italia-Israele, incontro finale del gruppo 2 della fase iniziale eliminatoria dei mondiali messicani: oltre agli azzurri e ai giocatori con la stella di Davide (giunti per la loro prima ed ultima volta alla fase finale della Coppa del mondo) nel girone erano inseriti anche Uruguay e Svezia. Una partita agevole, non solo per i potenziali valori calcistici, a tutto favore della nostra nazionale: l’Italia avrebbe potuto anche pareggiare per passare ai quarti di finale. Israele era tagliata fuori dalla differenza reti (-2) e avrebbe dovuto vincere con diversi gol di scarto per sperare nel pasaggio del turno. L’articolo termina con il commento sulla finale Brasile-Italia, conclusasi con la vittoria della squadra di Pelé per 4 a 1. L’incipit di Rea fa comprendere tutta la sua filosofia calcistica. “Queste battute, “shows”, note, osservazioni e opinioni sullo svolgimento della Coppa Rimet vista per televisione sono assolutamente personali e, si intende, contengono gli errori e le confusioni di un incompetente di calcio; un poco come quel giocatore israeliano di cui non ricordo il nome che ancora tre mesi or sono non aveva mai tirato un calcio alla palla e tantomeno al pallone”. Il racconto prosegue con un gustoso particolare, che rientra perfettamente nel suo tono ironico e divertito: prima della visione della partita l’autore e un suo amico avevano mangiato “un favoloso piatto di spaghetti alla Posillipo e un par di polipi veraci alla luciana…”. Anche in questo caso, Rea riecheggia particolari della sua terra: specialità gastronomiche del Golfo, portate prelibate che forse neanche il dio Nettuno avrebbe potuto assaporare sulla sua tavola imbandita. Rea si sente sicuro della forza della nostra Nazionale: “Vedrai, assisteremo a un macello” disse al suo amico. Anzi, lo scrittore aveva azzardato un pronostico: “L’Italia batterà Israele 27 a zero”. E rafforza la sua convinzione con un’iperbole spassosa: “E’ come se la nostra Nazionale si mettesse a giocare con Palumbo, Brera, Ghirelli, Nino Oppio, Bonacini, Giovanni Arpino, Ciro Buonanno, Ettore Bernabei, l’avvocato Onesti, te e me”. Insomma, una formazione di 11 dopolavoristi: di gran lusso, ma pur sempre dopolavoristi. A parte la loro età, Rea aggiunge che questi illustri signori “anche a vent’anni erano come oggi, gente pensosa d’altro…”.
L’incontro ha inizio. Dopo alcuni minuti, comincia ad aleggiare un senso di delusione poiché l’Italia non riesce a segnare contro il modesto Israele. Rea sottolinea che c’era un clima di “mosceria generale”. Il grande attaccante azzurro Gigi Riva, tanto atteso dai tifosi, non riusciva a segnare “perché quei birbanti dei suoi amici gli lanciano contro il pallone, cattivi!, sulla destra. Ma se è un mancino, perché gli fanno questi scherzi?”. La nostra nazionale non riusciva a risolvere il rebus Israele: avrebbe dovuto farne un solo boccone e invece era inchiodata sullo zero a zero. Nel torpore generale, lo scrittore napoletano annota che “i dieci camerieri di Riva si ammutinano, o meglio, una volta sola, tanto per far veder, consegnano a Riva una palla-regalo e Riva tira e Carosio dà il gol per fatto”. Ma la palla termina addosso a un ragazzetto delle tribune. Rea ironizza sulla telecronaca di Nicolò Carosio: “Il commentatore aggiunge che gl’israeliani sono dei poco di buono perché non lasciano a Riva lo spazio di giocare. Lo marcano (si dice così?) lo perseguitano, gli tolgono la palla dal sinistro, insomma abusano. Vigliacchi! Vigliacconi! Non hanno il coraggio di lasciargli l’area di rigore libera in modo che il cagliaritano se ne vada liscio in porta a celebrare lo show che faceva ai bei tempi quando segnava in provincia”. Alla fine, l’incontro terminò in parità. Ma qui appare il genio creativo di Rea, con una frase che suona come un sonoro, beffardo e canzonatorio “pernacchio” (per dirla con Eduardo De Filippo): “L’Italia aveva superato la tremenda, terribile, invincibile squadra israeliana per 0 a 0”. Lo scrittore fustiga con la sua ironia coloro che avevano sostenuto le difficoltà incontrate dai calciatori italiani nel giocare in altura: una scusa assolutamente puerile. “Gli israeliani hanno avuto un gioco facile, abbondanza di respiro, polmoni grossi come mantici di organi a stanga. Mica vivono nel Mediterraneo, gl’israeliani! Ma sulle montagne. Sono gente di altura”. Ma lo sfottò letterario di Rea verso l’evento Mundial non termina qui. Nel suo mirino finiscono le polemiche seguenti al 4 a 1 subito in finale dall’Italia da parte del Brasile: vittoria che aveva assicurato definitivamente ai calciatori carioca la Coppa Jules Rimet. “Se Rivera, dissero al “cafè”, fosse entrato nel secondo tempo, povero Brasile. Altri invece sostengono che se Rivera fosse entrato anche duecentocinquanta anni or sono, l’Italia invece di quattro goals ne avrebbe presi cinque, ma in compenso ne avrebbe fatti invece due”. E subito dopo, si abbandona a un appello che sembra più che mai attuale. “Signori miei, fedeli lettori, illustri critici, appassionati commentatori televisivi: noi non ne capiamo una “h” di calcio, lo confessiamo senza troppa vergogna; ma abbiamo occhi per vedere ed è finito il tempo in cui pendevamo dalla bocca del commentatore radiofonico”. “Mimì” spiega a modo suo la forza e la superiorità dimostrata dai brasiliani nei confronti dei nostri giocatori. “Non erano giocatori di calcio, ma atleti olimpionici, come dovevano essere. Nello spirito avevano la fiaccola. Forse non sapevano neanche di stare giocando con una squadra chiamata Italia e la posta non era la coppa o la vittoria. Giocavano per il gioco in sé, per raptus, per la eterna gloria dello sport”. Rea stigmatizza l’espressione vice-campioni del mondo, coniato dalla stampa italiana all’indomani della sconfitta in finale con un altro sberleffo, lanciato attraverso un’altra iperbole: “Oh ridicolo termine. Lo saremo pure, e non v’ha un dubbio; ma allo stesso modo in cui tutti scrivono. Anche io scrivo e anche Tolstoj scriveva. Ma, buon Dio, ce ne corre di pane”. Nonostante tutto, la Coppa Rimet aveva “divertito un mondo” il sincero “Mimì”. Il quale, non risparmia un ultimo “pernacchio” all’indirizzo dei suoi amici del “cafè”: “Don Salvatore, mi sapete dire ieri sera che cosa hanno fatto Italia-Brasile?”. La risposta tutta napoletana del suo amico non si fa attendere: “Dottò, ma chi volete sfottere?”

la fine del ciuccio

Il manifesto 30-1-2004

Il buco all'ombra del Vesuvio

MARCO LIGUORI
SALVATORE NAPOLITANO

San Gennaro ha probabilmente esaurito i suoi miracoli per il Napoli. Nel passato lo ha salvato più volte, sia agli inizi degli anni Novanta, quando erano emerse le prime serie difficoltà finanziarie, che nelle ultime due estati, durante le quali la società partenopea è stata iscritta in extremis al campionato. Ma le cifre di bilancio sono chiarissime: il patrimonio netto (ossia i mezzi propri) è sempre vicino a essere addirittura negativo, dunque sulla soglia dell'obbligo di portare i libri contabili in tribunale. Questo accade perché la dirigenza azzurra non sembra più in grado di far fronte nemmeno all'emergenza, preferendo al contrario impartire disposizioni un po' squinternate come quella di non far consegnare i bilanci ai giornalisti: forse ignora che essi sono pubblici e che, quindi, basta recarsi alla Camera di Commercio per averli comunque. Al 30 giugno 2003 la situazione del Napoli era impietosa: le perdite dell'esercizio, pari a 13 milioni e 750mila euro, avevano eroso tutto il patrimonio netto, portandolo a un valore negativo di circa 967mila euro. Occorreva un'immediata ricapitalizzazione ai sensi del codice civile. L'assemblea straordinaria del 14 luglio ha deliberato l'aumento di capitale a 15 milioni: 4 milioni e mezzo sono stati sottoscritti subito, gli altri dovevano esserlo entro il 31 dicembre. Non è stato fatto: parte della quota residua, cioè 7 milioni e 138mila euro, è stata garantita da una fidejussione della Banca Popolare di Ancona. Per racimolare qualche spicciolo, il Napoli è dovuto arrivare sin nelle Marche. L'istituto non ha voluto rivelare né se abbia versato l'importo, né cosa abbia preteso in cambio del rilascio della fidejussione, limitandosi a far sapere che le garanzie ricevute sono "ottime". E allora non deve trattarsi di beni appartenenti al Napoli, perché ormai ne restano ben pochi. Leggiamo sempre, a tal proposito, il bilancio al 30 giugno 2003: il Centro sportivo di Marianella è quello di maggior valore, registrato per 8 milioni e 560mila euro. Peccato che su di esso gravino due ipoteche di primo grado per 5 milioni e 800mila euro complessivi, iscritte a favore dell'Istituto per il Credito Sportivo. I restanti impianti, macchinari e attrezzature hanno un valore totale di 203mila euro. C'è anche qualche immobilizzazione finanziaria: sono spiccioli che non raggiungono i 500mila euro, tra i quali spicca la partecipazione nel San Marino Calcio (183.030 euro), che disputa il girone B della serie C2: proviene dalla gestione Corbelli, ma l'attuale presidente Naldi se ne vuole disfare. Così, nella scorsa stagione, la quota è scesa dal 33,33% al 4,72% per la mancata sottoscrizione dell'aumento di capitale della squadra della Repubblica del Titano. E il patrimonio calciatori? Depauperato del 94,74% in seguito alla perizia giurata con la quale la società ha aderito all'ineffabile legge 27 del 21 febbraio 2003, più comunemente nota come "spalma perdite": in soldoni, si tratta di un crollo verticale da 49 milioni e 189mila ad appena 2 milioni e 588mila euro. E' un record assoluto: nessuna delle società che ha applicato la legge era giunta a una svalutazione percentualmente tanto cospicua. Particolare curioso: nonostante nel bilancio il Napoli abbia omesso di citarlo, a effettuare la perizia è stato il professor Paolo Stampacchia, che, pochi mesi dopo, è diventato presidente del Collegio Sindacale della società azzurra, l'organo deputato al controllo dell'amministrazione.E le disponibilità bancarie? Eravamo all'indigenza: 3.007 euro liquidi e un assegno di 8.040 euro. Di soldi in cassa, neanche a parlarne: la miseria di 918 euro. Solo i crediti raggiungevano un ammontare accettabile: 12 milioni e 390mila euro. Tuttavia, essendo più che controbilanciati da debiti per 64 milioni e 10mila euro, ciò significava uno squilibrio finanziario di 51 milioni e 600mila euro. E' utile un paragone con la vicenda Parmalat: nel rifare i conti, a Collecchio sta emergendo uno squilibrio finanziario quasi triplo rispetto al fatturato. Al Napoli, considerato che gli incassi complessivi sono ammontati a 20 milioni e 430mila euro, il rapporto è molto simile: 2,53 volte. In altre parole, la società partenopea dovrebbe incassare soldi per due anni e mezzo senza spendere un solo centesimo al fine di riequilibrare la situazione tra debiti e crediti. Oppure salire in serie A per assicurarsi un incremento del fatturato. In entrambi i casi, siamo nel mondo dei sogni irrealizzabili: la promozione è sfumata anche quest'anno e le difficoltà economiche e finanziarie impediscono di allestire una rosa all'altezza delle ambizioni di una tra le maggiori tifoserie italiane. La situazione è peraltro destinata a peggiorare: nella stagione 2002-2003, la gestione operativa (ossia quella che non tiene conto né dei proventi e degli oneri finanziari, né di quelli straordinari) ha fatto registrare una perdita di poco superiore ai 19 milioni di euro: dunque, circa un milione e 600mila euro al mese. E successivamente non è accaduto nulla che lasci intendere un cambiamento di questo sconfortante andazzo: insomma, da fine giugno a oggi, è ragionevole ipotizzare una perdita di poco superiore agli 11 milioni. Ciò significherebbe, per il Napoli, un patrimonio netto attualmente negativo di circa 7 milioni e mezzo di euro. Strano che amministratori e sindaci tergiversino ancora e non corrano in tribunale a depositare i libri contabili.Ma non è finita qui: grazie alle acrobazie permesse dal legislatore tramite la legge 27, fra le attività della società partenopea è stata iscritta la svalutazione del patrimonio calciatori per 41 milioni e 941mila euro: si tratta però di un buco aggiuntivo in piena regola. Sotto il profilo legale, esso non emergerà fino al giorno in cui la Commissione europea dovesse eventualmente imporre l'abrogazione della "spalma perdite". Invece, sotto l'aspetto patrimoniale, è già reale. Quanto ai rapporti con il fisco, il Napoli ha approfittato delle diverse forme di sanatoria previste nella finanziaria 2003: quella per le liti pendenti (876.800 euro di esborso per cancellare un contenzioso di 21 milioni e 914mila euro), e altre per Irap, Siae e ritenute varie (un milione e 37mila euro da versare per un risparmio di 5 milioni e 566mila euro).Infine, l'eterno contenzioso legale con il Comune per l'affitto dello stadio San Paolo: sono in ballo 10 milioni e 329mila euro. Il Napoli ritiene che non sorgeranno problemi dal giudizio e perciò non ha accantonato alcuna cifra a copertura del rischio. La disputa va avanti addirittura dal 1977 e si riferisce ai canoni fino al 1993, anni durante i quali la società non ha mai pagato una sola lira. E il 10 febbraio scadrà il termine entro cui un vecchio socio, Ellenio Gallo, si è impegnato a non chiedere la cifra da lui vantata: 4 milioni e 268mila euro, così come stabilito da una sentenza del Tribunale di Sala Consilina. E' naturalmente una somma che cresce per via degli interessi. In questa lunga recita all'ombra del Vesuvio, il miglior commento lo avrebbe fatto il grande Eduardo: "Adda passà 'a nuttata". Ma per questo Napoli sarà davvero difficile.

il ciuccio in agonia

Il manifesto 15/04/2003

Conti e paradisi fiscali, la tragica farsa del ciuccio

Un'inchiesta in due puntate sui guai finanziari che rischiano di far sparire il club azzurro dal calcio che conta

MARCO LIGUORI
SALVATORE NAPOLITANO

Quello del Napoli è un triste declino che avanza inesorabilmente su due piani non separabili: quello delle manovre sotterranee per il controllo della società e quello di una gestione ormai da un anno costantemente ai limiti del ricorso al tribunale fallimentare. E' una farsa tragica che si gioca sulla passione dei tifosi, quarti per totale in Italia, ma è il calcio d'oggi: il bacino d'utenza non basta più senza la guida di un gruppo dalle spalle forti e protette, economicamente e politicamente. La vicenda partenopea è una matassa inestricabile, che si estende tra paradisi fiscali come Lussemburgo e San Marino, e che lambisce il Mediocredito Centrale: la banca d'affari del gruppo Capitalia, il cui presidente è il numero uno della Federcalcio, Franco Carraro. Il garbuglio è reso ancor più complicato da una rete di società le cui partecipazioni s'intrecciano. Senza tacere della fitta trama che ancora lega il proprietario storico, Corrado Ferlaino, abituato da sempre a scomparse e a repentine apparizioni, quello uscito da meno di un anno, Giorgio Corbelli, la cui presenza aleggia ancora, e l'ultimo, Salvatore Naldi, destinato a diventare ben presto il penultimo. La società è controllata al 99,93% da una finanziaria lussemburghese, la Napoli Calcio Sa, che a sua volta faceva capo a un'altra società del Granducato, la Sportinvest Sa: quest'ultima, posseduta da Corbelli, ricevette il finanziamento, non ancora restituito, da Mediocredito Centrale per acquistare il Napoli e ha ceduto la propria quota a Naldi, che deve 30,3 milioni di euro a Corbelli. I conti degli azzurri risentono della debolezza economica e finanziaria dei suoi ultimi presidenti. Come se non bastasse, il rosso è stato accentuato dalla retrocessione in serie B: meglio sarebbe il fallimento con annessa ripartenza dalla C2 che prolungare l'agonia. Il bilancio è chiaro: l'esercizio al 30 giugno 2002 si è chiuso con una perdita di 28,86 milioni, che aveva reso addirittura negativo per 2,17 milioni il patrimonio netto. La ricapitalizzazione decisa dall'assemblea straordinaria del 15 luglio ha soltanto fatto sì che la Covisoc potesse dare il via libera all'iscrizione al campionato per una sorta di buona volontà mostrata dalla nuova presidenza, e non certo per il rispetto dei parametri richiesti. E poi il numero due della Federcalcio, Giancarlo Abete, non avrebbe potuto fare un torto così grande ad uno dei suoi associati: Abete è infatti il presidente della Federturismo, alla quale Naldi appartiene essendo imprenditore del settore. Dell'aumento del 15 luglio la parte restante è stata versata venerdì 4 aprile, quando l'assemblea dei soci ne ha dovuto varare subito un altro nel tentativo di rimediare alle nuove perdite accumulate nell'attuale stagione. In effetti, il confronto tra i ricavi è inequivocabile: tra il 2000-2001, anno di A, ed il 2001-2002, anno di B, gli introiti sono crollati da 54,97 a 21,18 milioni. La differenza sta quasi tutta nei minori incassi per la cessione dei diritti televisivi criptati: in A Stream pagò 30,7 milioni, in B appena 5,7. Ma i costi sono scesi molto meno, da 81,17 a 70,89 milioni. Anche il Napoli, come tutti, ha fatto leva sulle plusvalenze: 17,72 milioni, serviti soltanto a diminuire il rosso. Peccato che nel bilancio sia riportato solo l'ammontare di tale voce e non a quali calciatori si riferisca: plusvalenze fittizie? Anche la situazione finanziaria è da brividi, con uno squilibrio tra debiti e crediti di 57,73 milioni. Il Collegio sindacale ha dovuto ricordare agli amministratori di "porre particolare attenzione al raggiungimento dell'equilibrio economico-finanziario, in quanto le passività a breve non coprono le attività a breve". Tra le stranezze ereditate dalla gestione Corbelli, il Napoli è azionista del San Marino Calcio: una società di C2, nata nel 2000, con un capitale sociale di 49.500 euro, diminuito a 45.346 euro nel 2002. Per acquisirne il 33% il Napoli ha sborsato addirittura 1,29 milioni. E la Finarte, controllata da Corbelli, ne è diventata lo sponsor. Visti gli innumerevoli guai, una sola speranza s'impone ai tifosi azzurri: "Adda passà a' nuttata"!
(1-continua)


il manifesto 17/04/2003

Il ciuccio e tre personaggi in cerca di soldi

Corbelli, Naldi e Ferlaino: gli strani legami d'affari della triade che sta affossando il Napoli

MARCO LIGUORI
SALVATORE NAPOLITANO

Se fosse ancora vivo, a Pirandello basterebbero tre soli personaggi per riscrivere una delle sue commedie più famose: Corrado Ferlaino, l'ingegnere dalle mille astuzie; Giorgio Corbelli, l'imprenditore sceso dal nord e creatosi in tempi rapidi; e Salvatore Naldi, familiarmente detto Totò, ricco di famiglia ma imbarcatosi in un'impresa più grande di lui. Un trio ben distante da quello, Maradona-Careca-Giordano, che fece impazzire tutta Napoli a cavallo tra gli anni `80 e '90. Questi tre se ne dicono di tutti i colori, arricchiscono le parcelle dei rispettivi avvocati, fanno pace, si mandano segnali d'amore, per poi ricominciare daccapo. L'ultimo personaggio in ordine di apparizione è Naldi: egli si è trovato in dono, soprattutto grazie al patrimonio della madre, Adelina Fernandes, alberghi e appartamenti che ne fanno una persona molto ricca, ma inadeguata ad affrontare una sfida costosa come quella di essere il principale azionista di una squadra di calcio ambiziosa. E' stato sconsiderato o mantiene l'altrui gioco? Mistero. Naldi narra di soci forti e di contatti internazionali, ma sono bufale, dalle quali, per giunta, non si produce nemmeno la mozzarella. I suoi vantati rapporti di franchising con la Marriott si esauriscono ad un solo albergo, il Flora di Via Veneto a Roma. E, spulciando tra due delle sue società più importanti, la C.e.r.c. e la Tiberio, si scopre che la prima ha chiuso l'ultimo bilancio con un utile di 1,5 miliardi di vecchie lire, solo sfruttando la cessione di qualche immobile: non solo il calcio, ma tutto il mondo, è plusvalenza. La seconda, che doveva fungere da apripista a Capri, alla fine del 2001 non aveva ancora realizzato una sola lira di fatturato. Non a caso Naldi deve ancora pagare 30,7 milioni di euro per rilevare il restante 60% di azioni del Napoli. Per il momento, Corbelli le custodisce in pegno ed ha avviato un'azione presso il Tribunale di Roma per ottenere il saldo, chiedendo il fallimento della S.a.f., la società che possiede l'Hotel Flora. Dal canto suo, l'imprenditore bresciano è l'uomo che ama il Lussemburgo e San Marino. Basta pensare, solo per fare due nomi, alla Gioca e alla Sportinvest: due sue società che hanno sede nel Granducato. Da quando le sue strade si sono incrociate con quelle del Napoli e del suo storico presidente, Ferlaino, tutte le controllanti sono state trasferite in Lussemburgo. Non solo quella della società azzurra, ma anche altre che si occupano di costruzioni. E' un guazzabuglio dal quale emerge con certezza una sola cosa: tra i tre ci sono ancora molti legami di affari. Come la vicenda del centro sportivo Paradiso di Soccavo, dove si allena la squadra. All'epoca della doppia proprietà Ferlaino-Corbelli, il Napoli riscattò il contratto di leasing relativo alla struttura, per poi cederlo successivamente. Il Centro adesso è in mano ad una società che lo ha affittato alla Diciassettezerosette del gruppo dell'imprenditore bresciano, che a sua volta lo ha riaffittato al Napoli. In altre parole, Corbelli è il padrone di casa di Naldi, che, anche in questo caso, non paga. Ma Ferlaino e Corbelli erano soci anche nella Vasto srl, proprietaria, tra gli altri, di Palazzo D'Avalos, prestigioso e centralissimo edificio di Napoli che doveva diventare un centro commerciale. La Vasto è controllata dalla Trigma srl, che fa a sua volta capo alla lussemburghese Vasto Sa. Ora, scorrendo gli appartenenti ai consigli di amministrazione e ai collegi sindacali di Vasto srl e Trigma srl, si notano, oltre a quello di Ferlaino, i nomi di Massimo Matera e Massimo De Martino, professionisti di fiducia di Naldi. Ma per l'ingegnere, le quote di Naldi sono di fatto ancora in mano a Corbelli. Le cose non sono tanto diverse nella Pal.co spa, nel cui azionariato, oltre alla Roto spa, di cui è presidente Ferlaino, figura al 30% l'Italgrani, coinvolta in un vecchio crac. Anche in questa Massimo Matera è tra i sindaci: ma la società, nata con l'obiettivo di costruire un'intera zona residenziale a Giugliano, comune a nord di Napoli, è stata posta in liquidazione dal gennaio 2002. L'unico modo per recidere il nodo gordiano che unisce ancora il Napoli con la triade è il fallimento. Solo a quel punto la società potrà rinascere, senza più essere soggetta alla infinita commedia tra Corbelli, Ferlaino e Naldi.

giovedì 21 febbraio 2008

Nasce un nuovo caso Gea World?

Liberomercato 1 novembre 2007

Contropiede alla Svizzera

Il figlio del presidente Fifa Blatter
Sta per mettere le mani sulla serie A


Marco Liguori

Il colosso svizzero Infront Sports & Media, presieduto dal figlio del presidente Fifa Joseph Blatter, sta per mettere le mani sulla serie A. Stando alla Gazzetta dello Sport, la società starebbe trattando un accordo con la Lega Calcio per produrre lo spettacolo del massimo campionato di calcio. Ma sull’operazione gravano alcuni elementi poco chiari. Liberomercato ha contattato martedì scorso la Infront Sports & Media per ottenere maggiori dettagli riguardo ai suoi azionisti, al suo management e ai principali dati economici, senza ottenere alcuna risposta. La celebre riservatezza svizzera ha lasciato sul sito www.infrontsports.com solo alcune sommarie informazioni sui sei membri del consiglio di amministrazione. Presidente e ceo del gruppo è Philip Blatter, rampollo del numero uno del calcio mondiale: è stato eletto alla vicepresidenza nel dicembre 2005 ed è diventato ceo nella seconda metà del 2006. Tra il giugno e il luglio dello stesso anno si svolsero i mondiali di calcio in Germania: Infront ne ha curato la produzione televisiva, rivendendo i diritti di trasmissione a un vasto numero di televisioni (tra cui 165 pay tv) e radio. La società è presente, oltre in Svizzera, anche in Austria, Cina, Norvegia, Finlandia, Singapore e Svezia: ha come clienti principali la Bundesliga (lega calcio tedesca) e le federazioni internazionali di sci e hockey. Il gruppo ha ottenuto anche la gestione dei diritti per il mondiale 2010 in Sud Africa: su esso grava però l’ombra del conflitto d’interessi in riferimento alla famiglia Blatter.
Nell’ottobre 2006 la svizzera Infront ha acquisito dall’olandese Media Partners International l’italiana Media Partners. Quest’ultima è stata ridenominata in Infront Italy, controllata a sua volta da Infront Italy Holding, e ha una consociata in Lussemburgo. Ne sono amministratori gli stessi di Media Partners: il presidente Marco Bogarelli e i consiglieri Giuseppe Ciocchetti e Andrea Locatelli. L’ultimo bilancio disponibile chiuso al 31 agosto 2006 riporta un utile di poco più di 13mila euro. La società vantava debiti verso fornitori per 33,38 milioni (in gran parte diritti incassati in anticipo) e crediti verso clienti per 31,83 milioni: di questi, 21,46 milioni sono con Telecom Italia, con cui Media Partners ha "sottoscritto un contratto avente come oggetto – si legge nella nota integrativa al bilancio 2005/06 - la vendita dei diritti di trasmissione di partite del campionato di calcio di serie A su determinate piattaforme distributive". Infront Italy ha venduto il 24 ottobre scorso a Rcs Digital (controllata da Rcs quotidiani, editore di Gasport e Corriere della Sera) i diritti audiovideo on line della serie A e della premiere League fino al 2010.


Liberomercato 3 novembre 2007
Errata Corrige
Philip Blatter è il nipote del presidente Fifa
In riferimento all’articolo pubblicato a pagina 6 di Liberomercato nell’edizione di giovedì 1° novembre, da titolo "Il figlio del presidente Fifa Blatter sta per mettere le mani sulla serie A", dobbiamo precisare che Philip Blatter, presidente Infront Sports, in realtà non è il figlio del presidente della Fifa, Joseph. Si tratta invece del nipote. Comunque la sostanza del pesante conflitto d’interessi familiare tra la Infront e la Fifa non cambia.

Fiduciare e Lussemburgo/4

Liberomercato 3 novembre 2007 (pagina 9)

I signori del pallone

Cinque squadre di B col proprietario ombra

Vicenza, Brescia, Piacenza, Bologna e Frosinone sono controllate da fiduciarie violando le norme Figc

Marco Liguori

Dopo la serie A (si veda Liberomercato del 26 ottobre scorso) sono stati visionati gli assetti proprietari delle 22 società del campionato di B. Secondo le ultime visure disponibili in Camera di Commercio due di esse, Vicenza e Brescia, sono controllate da fiduciarie, mentre il Frosinone lo è per il 16,6%. Invece il Piacenza è al 100% di una società olandese, la Mill Hill Investments. Nell’azionariato di uno dei due azionisti di minoranza del Bologna, la 28 Investimenti, vi sono due fiduciarie. Il terzo azionista del Treviso si nasconde dietro la fiduciaria Cofid Italia. Le aziende estere e le fiduciarie sono lecite per la legge ordinaria: sono però in conflitto con l’articolo 16 bis delle norme della Figc sul controllo societario. Secondo il testo, l’eventuale violazione "costituisce illecito" e comporta "l’applicazione delle sanzioni" del Codice di Giustizia Sportiva.
Il viaggio nei misteri del campionato cadetto inizia da Vicenza. La società presieduta da Sergio Cassingena è stata controllata al 94,69% dalla Otto srl, interamente posseduta dalla Finalfa. Quest’ultima (presidente Cassingena), ha come azionisti due fiduciarie: la veneziana Pannorica all’85% e la Fiduciaria Vicentina al 15%. La Otto è stata fusa per incorporazione nella Finalfa alla fine del 2006. Ci si sposta di 120 km e si giunge a Brescia, dove le visure camerali riportano che la squadra locale è controllata al 94,94% dalla Brescia Service srl. L’amministratore unico Luigi Corioni ne possiede il restante 5,06%. La catena di controllo riserva anche in questo caso un mistero: la Brescia Service è al 100% della Sportinvest, il cui controllo è pariteticamente ripartito tra la Nazionale Fiduciaria e la Solofid. Entrambe hanno sede nella "Leonessa d’Italia": la prima è la fiduciaria di Banca Valori (Gruppo Banco Popolare), mentre la Solofid è della Banca Lombarda e Piemontese (Ubi Banca).
E da Brescia si imbocca l’autostrada per arrivare a Piacenza. Visure alla mano, la squadra biancorossa emiliana è presieduta da Fabrizio Garilli, e, oltre al presidente, ha un altro elemento in comune con la Camuzzi: è posseduta al 100% da una società olandese, la Mill Hill Investments con sede a Rotterdam. E da Piacenza si attraversa mezza Italia per arrivare a Frosinone. L’intero capitale sociale della squadra ciociara, il cui amministratore unico è Maurizio Stirpe, è in mano alla Together Fc srl: il presidente è Arnaldo Zeppieri. Questa è controllata a sua volta pariteticamente dal Gruppo Zeppieri Costruzioni e da Bs Servizi. In questa sono presenti due componenti della famiglia Stirpe, Curzio e Patrizia, che hanno il 33,3% del capitale, mentre altri due, Benito e Maurizio, ne sono presidente e amministratore delegato. Il restante 33,3% è di proprietà di un socio nascosto dietro il velo della Cordusio Fiduciaria (Unicredit-Capitalia).
Da Frosinone si torna al Nord. Il Bologna è controllato al 50% dall’azionista di maggioranza Motor City in liquidazione. Gli altri due azionisti al 25% sono la Cogei Costruzioni e la 28 Investimenti. La Motor City è posseduta al 100% dalla Finalca, di cui è socio di riferimento il presidente rossoblù Alfredo Cazzola. Invece, la Cogei è al 93,89% di Renzo Menarini, consigliere del Bologna. Invece 28 Investimenti, presieduta da Mario Bandiera, ha due soci misteriosi dietro Sirefid (98,97%), fiduciaria di Intesa-Sanpaolo, e Fiduciaria VonWiller (1,03%). La 28 Investimenti ha comprato il 10 ottobre scorso dalla sua controllata lussemburghese 31 Invest il 26,19% della Les Copains Holding, il cui azionista di riferimento è Mario Bandiera. Insieme a Cogei (25%) e Motor City (50%) Les Copains ha il 25% di Aktiva, che dovrà costruire il nuovo stadio di Bologna.

il pallone in confusione

Registrazione n° 61 del 28 settembre 2009 presso il Tribunale di Napoli
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Editore e direttore responsabile: Marco Liguori
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