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giovedì 28 febbraio 2008

recensioni del libro "il pallone nel burrone"


Il pallone nel burrone
Come i maggiori imprenditori italiani hanno portato il calcio al crac
di Salvatore Napolitano e Marco Liguori

Editori Riuniti - febbraio 2004

Sotto il bilancio niente
di Stefano Olivari
E no scusate. Adesso che il Corriere della Sera mette in prima pagina una notizia contro i grandi potentati finanziari, nel caso Moratti, vendendo il meccanismo delle plusvalenze calcistiche come una novità, non si può urlare 'Dove eravate?' a tutta la stampa italiana. Perché molti cronisti, non necessariamente eroi, delle acrobazie finanziarie dei grandi club parlano e scrivono da anni, guardati con compatimento da chi ha un registro etico solo: giustificare i giocatori almeno fino a quando non vengono ceduti all'estero (in quel momento si trasformano in mercenari), massacrare l'allenatore, esaltare la generosità e la signorilità del presidente.
Chi si ricorda dei presidenti che stringevano un 'patto fra galantuomini' con Calisto Tanzi? Qualcuno di loro rischia di fare la stessa fine. O dei giornalisti che consideravano Cragnotti un genio, un innovatore che avrebbe fatto ricadere i frutti del suo lavoro sull'obsoleto mercato italiano? Se hanno investito in azioni Lazio o in bond Cirio rischiano di dover lavorare fino a 102 anni, con o senza scalone. Troppo facile sparare adesso sui due maghi della finanza (la loro), la cui meritata caduta in disgrazia è stata amplificata dalla visibilità calcistica. Molti altri dirigenti del pallone, da Moratti a Galliani, si sono comportati e si stanno comportando, per quanto riguarda le attività sportive, secondo gli stessi schemi morali e contabili, fra plusvalenze gonfiate, operazioni oscure, giocatori strapagati, mediatori che appaiono e scompaiono. Da società a società cambiano solo le dimensioni del buco, e qualche tecnica ragionieristica, ma la logica è una sola: mascherare il disastro finanziario e rimandare al futuro il pagamento dei debiti reali. Siamo preparati all'ondata di libri sul crack del calcio, anche perchè presto molte squadre potrebbero essere solo un ricordo, e non vorremmo che quanto uscirà venga confuso con il lavoro che Marco Liguori e Salvatore Napolitano fanno da anni, con pochissimi imitatori, cercando di spiegare che cosa stia dietro allo sport più amato dagli italiani. Un lavoro ben conosciuto dai lettori del Manifesto, di Diario, del Sole e di molte altre testate (ci mettiamo anche Indiscreto? E mettiamocelo), che è stato fissato in un libro uscito nel 2004 ma attualissimo, 'Il pallone nel burrone - Come i maggiori imprenditori italiani hanno portato il calcio al crac' (Editori Riuniti), che spiega nel dettaglio, con tecnicismi ridotti al minimo e soprattutto con la necessaria ironia, il modo in cui manager e capitani d'industria da decenni riveriti e omaggiati dai giornali e tivù (anche perchè spesso li possiedono o possono intervenire su chi li possiede), oltre a ingannare il parco buoi della borsa italiana, hanno beffato tifosi, creditori e più di tutti lo Stato italiano, con artifici contabili che gli autori, in pura funzione antiquerela, definiscono 'creatività'.
Il libro è diviso in nove capitoli, mettendo insieme fatti e analisi ignoti alla maggioranza dei giornalisti sportivi, in parecchi casi facenti parte del parco buoi della Borsa italiana, tanto che in molte redazioni fino a qualche mese fa si parla più di covered warrant che dei pezzi da scrivere. Liguori & Napolitano raccontano i retroscena dell'asse Juventus-Milan, spezzatosi dopo le note vicende, e del falso mito delle grandi società che potrebbero vivere di diritti televisivi, se solo stessero da sole. Poi si va a parare sul mondo di Capitalia e su tutta la galassia di società da essa di fatto controllate o che comunque da Capitalia hanno ricevuto prestiti (ma guarda, ci sono anche Inter e Milan...). Viene spiegato il meccanismo delle plusvalenze, ricordando casi clamorosi, con quasi tutte le grandi società nella duplice veste di vittime e complici. In uno dei capitoli più sorprendenti, almeno per chi parla per sentito dire, si prende un bilancio ufficiale della Juventus, pronta a sparare sul doping finanziario degli altri ma indulgente verso sè stessa, e si nota come sia stato aggiustato solo tramite plusvalenze immobiliari con una sua controllata. La materia sembrerebbe ostica, ma Liguori & Napolitano scrivono per il pubblico, dedicando la parte in assoluto più esilarante, pur nella sua gravità (non dimentichiamo che lo Stato creditore alla fine sarebbero i cittadini), alla Lazio dell'epoca. Non tanto per i debiti e i problemi, quanto per gli effetti reali dello strombazzato, dai giornali di area, piano Baraldi, che non è stato altro che la riproposizione del vecchio schema: rimandare il pagamento dei debiti al futuro, mettendo delle toppe al presente facendo opera di convincimento sui creditori principali (i giocatori). Con la semplice lettura del bilancio, poi, e non per mezzo di una seduta spiritica, si nota che l'ultimo bilancio firmato da Cragnotti, il 30 giugno 2002, aveva evidenziato perdite per 103 milioni di euro circa, mentre in quello della stagione successiva, nonostante il regalo del decreto spalmaammortamenti, le perdite erano a quota 121.
Il libro è da leggere tutto di fila, perchè fatti e personaggi di cui ci occupiamo in maniera frammentaria, messi insieme costituiscono un affresco del marcio italiano da tramandare ai posteri, una specie di Cappella Sistina del cialtronismo, con il calcio nella sua consueta veste di metafora (tanto può essere metafora di tutto). Le banche che sostengono personaggi impresentabili, i misteri della ormai defunta (?) Gea, i mille processi, oltre ai trucchi per rendere presentabile una situazione contabilmente e moralmente da buttare già da anni, con la malafede che in molti casi si mescola all'incompetenza. Il libro conferma almeno uno dei luoghi comuni ai quali ci aggrappiamo, per mascherare la nostra ignoranza, e cioè che nell'ultimo decennio Massimo Moratti sia stato in Italia quello che ha perso di più a livello finanziario con il calcio. Segno di passione, visto che il peso maggiore delle ricapitalizzazioni è gravato sulle sue spalle, ma anche modello gestionale da studiare nelle scuole per non seguirlo. Insomma, non c'era bisogno di aspettare il gennaio 2007 per capire come i grandi club mettano a posto i bilanci, con metodi ai confini della realtà e spesso anche della legge. Liguori & Napolitano spiegano perchè il calcio italiano sia arrivato a questo punto di non ritorno, e già questo basterebbe per consigliare la lettura del libro, anche se ovviamente non si parla delle ultime due stagioni. Senza invettive, senza pistolotti politici (non a caso si parla molto di Milan ma poco di Berlusconi), con la forza di tanti piccoli particolari, si spiega poi perchè non potranno essere i dirigenti attuali a rifondarlo: per questo andrebbe regalato agli improvvisati risanatori, mendicanti gli aiuti di Stato, ed ai cantori delle loro gesta. Per liberarci di un certo modo di gestire la Juventus sono servite tonnellate di intercettazioni del dirigente che si credeva il più furbo dell'universo, quello che avendo la squadra nettamente più forte taroccava lo stesso il campionato, per le altre grandi società siamo ancora fermi al giornalismo da bar, quello del genere 'Moratti, Berlusconi e Sensi con i loro soldi possono fare quello che vogliono'. Speriamo in una seconda edizione, ma anche in un calcio senza campionati e partite già scritti.
Tratto da http://www.settimanasportiva.it/Terza/175/pallone, Libri veramente letti, 19.01.07

Il mondo del calcio assomiglia sempre più al Titanic. Mentre il transatlantico si avvicina pericolosamente agli scogli, a bordo si continua a far festa, tanto la nave è inaffondabile. Questo è ciò che pensano i dirigenti del calcio che sono anche tra i maggiori imprenditori italiani.
tratto dalla redazione RAI di "Chetempochefa", maggio 2006

Uno spettro si aggira per il mondo del pallone: lo spettro della licenza Uefa! Dall'edizione 2004-2005 chi vorrà partecipare alle competizioni internazionali dovrà avere i conti in ordine, pena l'esclusione immediata, comminata dal massimo organismo del calcio europeo: "Così è, se vi pare", avrebbe detto Luigi Pirandello!
Un vero guaio per le società italiane; ma, come si dice, la speranza è ultima a morire. E il cappello a cilindro dei dirigenti del nostro calcio è una batteria di allevamento di conigli in piena regola: molti ne sono usciti, altrettanti aspettano il loro turno.
A caccia del toccasana, il presidente federale, Franco Carraro, è stato categorico, parlando il 15 novembre 2003 in un albergo romano: "Rivedremo le norme economiche per l'ammissione delle squadre ai campionati, le adegueremo a quelle che richiederà l'Uefa per le coppe. Le nuove norme dovranno essere poi fatte rispettare in primo grado dalla Covisoc, che stiamo per rifondare, e in appello da un nuovo organismo esterno alla federazione, che chiamerei Corte di appello economico finanziaria".
Strano che la "rifondazione carrarista" non abbia previsto anche una sorta di Cassazione economico finanziaria: un terzo grado di giudizio non guasta mai, anche perché, alla Figc, ne hanno introdotto persino un quarto nel caso Catania dell'estate 2003. È impossibile criticare i proponimenti del numero uno federale, ma è altresì doveroso ricordare che il suo è un ritornello troppe volte pronunciato dai capi dell'arte pedatoria.
Meno di un anno prima, e cioè il 27 dicembre 2002, lo stesso Carraro aveva dichiarato solenne al Corriere della Sera: "Tagliamo le spese per salvare il calcio. Il 2002 è stato orribile, ma io sono ottimista: il nostro sport piace sempre di più e troveremo una soluzione". Mai giudicare orribile qualcosa, perché, se la situazione si deteriorasse ulteriormente, verrebbero inevitabilmente a scarseggiare gli aggettivi per descriverla ancora.
E il 2003 è stato senz'altro peggiore del 2002. dunque, norme nuove, certe, rigorose e uguali per chiunque. "Tutto molto bello" commenterebbe Bruno Pizzul, telecronista di centinaia di partite. C'è, tuttavia, il solito particolare da rilevare, ben sapendo di essere purtroppo venuti a noia: le regole esistono già e sono ferree, però le parti più indigeste sono perennemente accantonate. Lunedì 28 aprile 2003 il Consiglio federale aveva approvato le nuove NOIF [Norme Organizzative Interne Federali, ndr]; e, nella sede della Federazione, il tono era ultimativo: "Il prossimo luglio saranno certamente applicate!" Ma di certo c'è solo la morte. E infatti passarono soltanto poche settimane per veder procrastinare al luglio 2004 l'entrata in vigore dei punti maggiormente rigidi, prescritti dall'ultimo testo delle NOIF all'articolo 89: l'assenza al 30 aprile di debiti verso Erario, tesserati ed Enti previdenziali nonché il rispetto di due parametri; quello classico del rapporto tra i ricavi e l'indebitamento non inferiore a tre e quello nuovo, costituito da un altro rapporto, stavolta tra il patrimonio netto e l'attivo patrimoniale, che deve risultare non inferiore a 0,5. Se le regole fossero state applicate per davvero, i tifosi avrebbero dovuto cercarsi un altro passatempo domenicale (...)
tratto da: http://sapere.virgilio.it/extra/078/licenza.html
Pag. 197, Euro 12,00 – Editori Riuniti (Primo piano) ISBN 88-359-5489-4



"Il pallone nel burrone": ma il calcio è ancora un gioco?
Salvatore Napolitano e Marco Liguori, autori del saggio, ci spiegano perché lo sport più popolare in Italia sia diventato un affare colossale e come si siano potuti aprire baratri finanziari impensabili nelle casse delle maggiori società. E la domanda che ci si pone inevitabilmente è questa: ci si può ancora appassionare per quello che ormai è prevalentemente un business? Leggiamo le loro risposte e cerchiamo di imparare ad essere “tifosi consapevoli”.
Avete scritto un libro su di un argomento molto importante e di stretta attualità, ma di cui i giornali parlano davvero poco: perché avete scelto proprio un tema come questo?
Perché ci sembrava che il sistema stesse andando allegramente verso lo sfascio economico-finanziario: così, poco più di un anno e mezzo fa abbiamo deciso di occuparcene, prima sul settimanale Bloomberg Investimenti, poi sul Manifesto, dove scriviamo tuttora, per verificare se la nostra impressione fosse vera. I dati sono ormai sotto gli occhi di tutti, ammesso che li si vogliano vedere.

Perché allora i quotidiani danno poco spazio a questo problema?
Cominciano a occuparsene progressivamente di più e in maniera meno facilona.
Tanta strada c'è ancora da fare, perché probabilmente il calcio funge come una sorta di tranquillante di massa e dunque a molti appare poco opportuno indagare a fondo, anche perché tanti tifosi danno l'impressione di non voler sapere. E i tifosi sono anche lettori, oltre al fatto che diversi proprietari di squadre contano, e molto, nei giornali.

Non vorrei che raccontaste l'intero libro, ma in sintesi quali possono essere le cause di fondo di tali voragini economiche?
Le grandi squadre storiche Juventus e Milan e, un gradino sotto, l'Inter, hanno spinto la competizione dal punto di vista dei costi a livelli tali che solo chi ha le spalle protette dal punto di vista economico-finanziario e politico può reggere a lungo. Si scrive Juventus, Milan, Inter, ma si legge Fiat, Fininvest, Saras-gruppo Pirelli.

Grandi società, grandi imprenditori, eppure si contano a decine di miliardi i debiti societari: ci sono responsabilità anche da parte dei tifosi?
L'unica colpa dei tifosi, se si vuol definirla tale, è quella di appassionarsi ancora a un gioco impari. Ma ormai sono stati ridotti, soprattutto quelli che vanno allo stadio, a un ruolo marginale: Juve e Milan incassano ormai solo circa il 15% del loro fatturato totale dalla vendita dei biglietti e degli abbonamenti. Se però si convincessero che, lasciando vuoti gli stadi, scapperebbero anche tv e sponsor, potrebbero far valere il loro potere per chiedere una competizione più equa.

Perché sono state fatte delle leggi apposite? che cosa c'entra con uno sport il mondo della politica?
Le leggi vengono fatte per mettere toppe ad un vestito sdrucito e per non affrontare radicalmente la questione. Il calcio non è più da tempo uno sport ma un puro affare economico, un 'business' per dirla con un anglicismo in voga; la politica è entrata nel momento in cui lo spettacolo si è trasformato, come detto in precedenza, in tranquillante di massa. Senza dimenticare che il presidente del Consiglio è contemporaneamente il presidente del Milan, che utilizza come suo biglietto da visita vincente. E che il presidente della Federcalcio è anche un banchiere, siede infatti sulla poltrona di presidente di Mcc, banca d'afffari del gruppo Capitalia.

Vedete qualche via d'uscita o ormai il sistema è in sé malato?
La via d'uscita sarebbe quella di redistribuire le risorse e di slegare le squadre dalla forza dei loro azionisti di maggioranza, riducendo al contempo i costi in modo drastico. In altre parole, chi oggi ha il potere dovrebbe accettare l'idea di cederne gran parte: non è questa la direzione verso cui si va; basta vedere la velocità con la quale Juve, Milan e Inter hanno rinnovato con Sky il loro contratto per la cessione dei diritti tv criptati, in scadenza il 30 giugno 2005.
intervista rilasciata a http://www.librialice.it/news/primo/napolitano-liguori.htm

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il pallone in confusione

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