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mercoledì 20 febbraio 2008

Tris di Gea

La Voce della Campania - ottobre 2006

Cucù la Gea non c'è più

di Marco Liguori

Messo in liquidazione il giocattolo milionario creato negli anni di vacche grasse da Alessandro Moggi e da una sfilza di figli eccellenti. Cerchiamo di vederci chiaro fra cifre e conti, con un collegio sindacale che punta i piedi e mette a verbale.

La Gea World si è liquidata volontariamente lo scorso 1 agosto. Nel verbale d’assemblea del 18 luglio, che ha sancito l’ultimo atto della società dei "figli di papà" (presenti in qualità di soci, amministratori o procuratori) e ha approvato il bilancio al 31 dicembre 2005 (conclusosi con un utile di oltre 433mila euro), il presidente Alessandro Moggi spiegò che «pur essendo la società assolutamente sana, avendo svolto la propria attività nel pieno ed assoluto rispetto di ogni normativa civilistica, fiscale e regolamentare che la disciplina, per vicende esterne alla diretta attività della società, fortemente enfatizzate da tutti i media nazionali e locali, si è venuta a trovare inopinatamente in un’oggettiva difficoltà, se non impossibilità, di continuare a svolgere la propria attività».
Il figlio di “Lucianone” puntò l’indice contro i mezzi d’informazione, sottolineando che «pur essendo tutte queste circostanze non imputabili, neppure in minima parte, a responsabilità della società, ma avendo le stesse creato un clima ambientale di accuse, denigrazioni e sospetti» era arrivato ormai il momento «di deliberare lo scioglimento della società, riservandosi, tuttavia, la stessa, ogni azione nei confronti di coloro che dovessero risultare responsabili di quanto prima enunciato». Dunque, secondo “Moggino” la colpa sarebbe tutta dei giornalisti “brutti e cattivi”. Ma una cospicua serie di rilievi del collegio sindacale ha evidenziato diversi problemi nella gestione della società romana.
La prima tirata d’orecchi dei tre sindaci, Ermanno Zigiotti, Giuseppe Marsoner e Giacomo Vizzani, agli amministratori di Gea World concerne l’organizzazione societaria. «A tale riguardo si comunica che nella riunione del Consiglio di amministrazione del 12 novembre 2004 - viene precisato nella relazione del collegio sindacale allegata al bilancio a tutto il 31 dicembre 2005 - il Collegio sindacale aveva richiesto agli amministratori, che ne avevano assunto formale impegno, di pervenire quanto prima ad una più efficace ed efficiente struttura organizzativa e dell’assetto amministrativo-contabile della società». Ma i sindaci hanno notato che ciò non è stato compiuto. «Ad oggi deve constatarsi che - proseguono i tre professionisti - nonostante lo sforzo profuso dalla direzione aziendale e volto al miglioramento dell’operatività, le procedure interne dell’area amministrativa non si mostrano del tutto adeguate alle esigenze poste dall’accresciuta attività aziendale e necessitano pertanto di ulteriori miglioramenti». Inoltre, il collegio rileva che la Gea «nell’ultimo quadrimestre dell’esercizio 2005 e nei primi mesi dell’esercizio 2006 ha effettuato pagamenti a titolo di compensi agli amministratori ed a parti correlate». Per queste ultime i versamenti riguardano «spettanze maturate per prestazioni relative al “ramo procure” e riferite ad esercizi anteriori al 2005». I pagamenti erano dovuti da tempo dalla Gea e «sono stati oggetto di richiami d’informativa - si legge sempre nella relazione - indirizzati dal Collegio sindacale agli amministratori, esortandoli a procedere nel rispetto dell’equilibrio finanziario complessivo della società e del principio di parità di trattamento dei creditori».

ALLARME ROSSO

di Marco Liguori

Nella loro relazione i sindaci lanciano un “allarme rosso” riguardante i cospicui «crediti nei confronti di calciatori e società calcistiche» vantati dalla Gea. Alla fine dello scorso anno questa voce (registrata come crediti verso clienti) ammontava a 3,87 milioni di euro, tutti esigibili entro l’esercizio successivo, in crescita del 21,6 per cento rispetto ai 3,17 del 2004 e pari a poco meno della metà dei ricavi della società nel 2005 (6,6 milioni). I crediti verso clienti erano esplosi già a cavallo tra il primo e il secondo anno di attività della società: nel 2001 ammontavano a 699 euro, nel 2002 avevano raggiunto la ragguardevole cifra di 1,93 milioni. Nel 2003 la voce si era assottigliata di circa 116mila euro, attestandosi a 1,8 milioni. Nel 2004 avvenne il secondo boom dei crediti esigibili nei confronti di giocatori e società di calcio: il totale raggiunse appunto i 3,17 milioni con un incremento del 75,3 per cento rispetto all’anno precedente. Riguardo alla sostanziosa somma da riscuotere al 31 dicembre scorso, il collegio sindacale sottolinea che si doveva considerare «la difficile situazione economico-finanziaria che caratterizza l’intero settore del calcio professionistico ed il significativo rallentamento dell’attività aziendale a seguito delle note vicende giudiziarie».
Ma i tre “controllori” lanciarono anche un monito: «Ove la società nel breve termine - si legge ancora nella relazione del collegio - non riuscisse ad incassare una congrua parte dei crediti verso clienti non sarà in grado di fronteggiare con fondi propri le uscite programmate». I sindaci sottolinearono anche che nel caso in cui non fossero stati recuperati i crediti «per garantire la continuità aziendale, dovrà farsi ricorso all’indebitamento bancario e/o all’apporto degli azionisti, poiché il problematico incasso dei crediti potrebbe generare difficoltà nel puntuale adempimento dei debiti verso fornitori e tributari». Chi siano i debitori della Gea non è dato saperlo: in tutti i bilanci dal 2001 sino al 2005 non sono menzionati nomi di calciatori e di società. Di sicuro la Juventus, dove fino allo scorso maggio era direttore generale Luciano Moggi, non è presente nella “lista nera” di chi deve danari alla società di procuratori: infatti, stando ai bilanci 2002/03, 2003/2004 e 2004/2005 del club bianconero, la “galassia Gea” (ossia la Gea World e la sua controllante Football Management) ha introitato una cifra superiore ai 2,8 milioni. Sul fronte dei debiti, Gea ne aveva 2,7 milioni il 31 dicembre scorso, contro i 2,6 dell’anno precedente. Di questi, 1,95 milioni erano somme dovute ai fornitori (1,84 milioni nel 2004), mentre 552 mila dovevano essere versati al fisco (47mila euro nel 2004).

PARMALAT CONNECTION

di Marco Liguori

Nel documento contabile si scopre anche che la Gea è stata vittima del crack Parmalat. Nella nota integrativa redatta dal consiglio di amministrazione, alla voce “altre partecipazioni” (inserite nelle attività che non costituiscono immobilizzazioni) si nota una somma pari a 6252 euro. «Trattasi della partecipazione e warrant della Parmalat spa - si legge nel documento del cda - assegnati alla Gea World per conversione dei crediti da essa vantati, già svalutati in precedenti esercizi». Molto probabilmente, la società romana aveva investito in obbligazioni Parmalat: in seguito ha aderito al piano predisposto dal commissario straordinario della società emiliana, Enrico Bondi, che ha convertito le cifre investite nelle obbligazioni in propri warrant e nuove azioni.
Alla Gea è quindi andata bene: se l’investimento fosse stato effettuato in azioni della Parmalat caduta in dissesto finanziario, sarebbe finito inesorabilmente in fumo. E a proposito dei crediti da vantati e svalutati in precedenti esercizi, in questi ultimi non c’è traccia delle somme impiegate in obbligazioni Parmalat: non sono state specificate neppure di quali tipo di emissione si tratta. Per capire la motivazione del coinvolgimento della Gea in Parmalat bisogna fare un passo indietro. Più precisamente, dobbiamo ritornare a fine 2003, prima del mutamento nella composizione dell’azionariato Gea: per una curiosa coincidenza, il dissesto Parmalat fu scoperto in seguito, nel dicembre di quell’anno. La società romana era posseduta al 45% dalla General Athletic e al 45% dalla Football Management; il 10% era di Riccardo Calleri. Nella prima controllante erano azionisti, ciascuno al 20%, Andrea Cragnotti (figlio di Sergio, ex patron Cirio, anch’essa colpita da un crack finanziario alla fine del 2002), Chiara Geronzi (figlia di Cesare, presidente di Capitalia) e, soprattutto, Francesca Tanzi (figlia di Calisto, ex patron Parmalat). Il 40% era in mano a Romafides, la fiduciaria appartenente proprio al gruppo Capitalia. In un’interpellanza parlamentare di due senatori della Lega Nord, Piergiorgio Stiffoni e Francesco Tirelli, si avanzava il dubbio che dietro lo schermo della fiduciaria ci fosse Luigi Carraro, figlio di Franco Carraro, ex presidente della Federcalcio. Proprio alla fine del 2003 Romafides scomparve assieme a Francesca Tanzi e Andrea Cragnotti: subentrarono Giuseppe De Mita, figlio di Ciriaco, “notabile” della Margherita, e Oreste Luciani, all’epoca in affari con la famiglia Tanzi.

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il pallone in confusione

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