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domenica 9 marzo 2008

Giallorossi in difficoltà

Bloomberg Investimenti 22 febbraio 2003

Roma, più "rosso" che giallo

Marco Liguori
Salvatore Napolitano

Non c'è alcun dubbio che, ad un'eventuale domanda su chi sia il calciatore più importante della Roma, la stragrande maggioranza degli intervistati risponderebbe senza esitazioni Francesco Totti. E qualcuno azzarderebbe anche Vincenzo Montella, o Walter Samuel o Emerson. Ciò che accade sul terreno di gioco è però ben diverso da quanto si legge sulle pagine dei bilanci. Perché i conti 2002 della società capitolina sono stati rappezzati soltanto per merito della vendita di una nutrita schiera di perfetti sconosciuti. Grazie alle provvidenziali plusvalenze messe a segno, infatti, una perdita operativa di 88,29 milioni di euro si è trasformata d'incanto in un utile di 786.943 euro. Merito di una piccola rosa di 20 giocatori in rigoroso ordine alfabetico: Amelia, Bovo, Brienza, Casavola, Cennicola, De Vezze, Di Masi, Farina, Fontana, Frezza, Guastella, Martinetti, Meloni, Napoli, Paoletti, Parla, Quadrini, Ranalli, Tinazzi e Vitolo. Una rosa che, unita ai guadagni realizzati con la cessione di Siviglia al Parma (9 milioni), ha garantito una plusvalenza pari a ben 95,38 milioni. E' difficile credere che, con la crisi del calcio già esplosa, a sostenere spese talmente onerose siano state società non certo di primo piano come Ancona, Cagliari, Cittadella, Cesena, Cosenza, Lecce, Livorno, Messina, Napoli, Palermo, Piacenza, Reggiana, Salernitana e Torino. La spiegazione è subito detta: a fronte di tali provvidenziali cessioni, la Roma si è impegnata verso le stesse società ad acquisti per 92,8 milioni di euro per la stagione in corso di un nugolo di 18 carneadi. E' la solita coperta corta: oggi si pone una toppa al bilancio con delle plusvalenze discutibili, appesantendo però contemporaneamente quello di domani. Uno scambio che, architettato in tal modo, non genera alcun movimento finanziario. E dunque non alleggerisce la pesante situazione debitoria. Tanto che il Collegio Sindacale ha lanciato l'allarme per il secondo anno consecutivo, invitando gli amministratori della società a “porre particolare attenzione al raggiungimento dell'equilibrio finanziario”, ed evidenziando come tale “squilibrio abbia comportato, nel corso dell'esercizio, ritardi nei versamenti di parte dei tributi”. Un allarme condiviso dalla società di revisione del bilancio 2002, la Grant Thornton, che ha richiamato l'attenzione sul fatto che “le attività correnti, con scadenza a dodici mesi, non coprono le passività a breve, con un’evidente situazione di squilibrio finanziario”. Al 30 giugno, il totale dei debiti era pari a 327 milioni, mentre crediti e disponibilità liquide ammontavano a 179,4 milioni. Una differenza pesante di 147,6 milioni per una società che ne ha fatturati 138,1. Ed era pericolosamente sbilanciato anche il rapporto tra i mezzi propri (66,93 milioni) e quelli di terzi (338,478 milioni). Inoltre, i mezzi propri sono ben lungi dal coprire le immobilizzazioni (225,72 milioni). Non a caso, il parametro ricavi/indebitamento non inferiore a 3, necessario per l'iscrizione al campionato, è stato raggiunto in extremis, grazie alla cessione di Assuncao, ad un finanziamento infruttifero e postergato di 32,7 milioni dell'azionista di controllo Roma 2000 srl, facente capo a Franco Sensi, e ad una fidejussione di Ina Assitalia di 28,68 milioni. E' la stranezza delle norme federali, che non conteggiano come debiti quelli garantiti, che restano pur sempre debiti.

Il CDA dei volontari
Nel calcio stramiliardario dei compensi stellari spunta una piccola perla del risparmio. Si tratta dei compensi molto bassi, pari ad appena 2600 euro lordi (corrispondenti alla modica cifra di 5.034.302 vecchie lire), percepiti al 30 giugno 2002 da ciascuno dei 12 consiglieri di amministrazione della Roma. Anche nel bilancio chiuso al 30 giugno 2001, il primo dopo la quotazione in Borsa della società giallorossa, la cifra si era attestata sullo stesso valore. Inoltre non sono state previste stock options né al presidente Francesco Sensi, né agli altri componenti del cda. Dunque, il compenso previsto ha un valore puramente simbolico. Tra i nomi degli altri 11 virtuosi amministratori giallorossi spiccano le figlie di Sensi, Rosella (che è amministratore delegato), Maria Cristina e Silvia. Inoltre ci sono il generale dell'Esercito Ciro Di Martino e il figlio di Cesare Romiti (romanista di antica fede) Piergiorgio. La cifra percepita da Sensi e dai membri del cda sbiadisce se confrontata con quelle degli amministratori delle altre due società calcistiche quotate, Juventus e Lazio. Nel club bianconero il vicepresidente Roberto Bettega ha ricevuto emolumenti per la propria carica per complessivi 699mila euro lordi. L'amministratore delegato Antonio Giraudo ha percepito un compenso di 1,57 milioni di euro e 157mila euro ulteriori come stipendio avuto dalla Ifi, comprensivo anche dei bonus e altri incentivi correlati ai risultati raggiunti. Quest'ultima cifra, recita il bilancio 2002, è stata data “in relazione al rapporto di lavoro dipendente a contenuto dirigenziale con distacco presso la Juventus”. Luciano Moggi ha invece incassato 1,7 milioni di euro per la retribuzione da direttore generale, a cui bisogna aggiungere altri 516mila euro per la sua carica di consigliere di amministrazione. In casa Lazio, l'ex presidente Sergio Cragnotti ha ricevuto l'anno scorso uno stipendio complessivo pari a 1,315 milioni di euro. Tra i figli del patron biancoceleste, membri del cda, la più beneficiata è Elisabetta con 178mila euro: seguita da Massimo con 116mila e da Andrea con appena 10mila euro.

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il pallone in confusione

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