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martedì 29 giugno 2010

Mondiali: mai dire dimissioni

Al Mondiale sudafricano, nessuno ha ancora vinto, ma molti hanno già perso. Italia e Inghilterra hanno fallito sul campo. La Fifa nel suo arroccamento contro l'introduzione di qualsiasi tecnologia che possa coadiuvare gli arbitri nelle decisioni su situazioni dubbie. E i risultati si sono visti domenica. Eppure, nessuno dei responsabili dei fallimenti si è dimesso. Non lo hanno fatto i vertici della Figc italiana, né Capello che ha sottoscritto un contratto milionario per allenare gli inglesi. Né tanto meno il capo della Federazione internazionale Blatter

Ke Nako. È arrivata l’ora dei primi verdetti al Mondiale sudafricano. Nessuno ha ancora vinto, ma molti hanno già perso.
IL FIASCO DELL'ITALIA
Ha fallito l’Italia. L’eliminazione al primo turno, come era successo nel 1974, è al di sotto di ogni ragionevole aspettativa. Di chi è la colpa di questo fiasco? Marcello Lippi ha indubbie responsabilità, ma aveva già deciso di lasciare e quindi è inutile infierire. Da più parti si è levata la richiesta delle dimissioni del presidente della Federazione gioco calcio, Giancarlo Abete. Il presidente di una federazione non dovrebbe, a mio avviso, essere giudicato dalle prestazioni in campo. I risultati in una competizione che dura un mese sono sempre in parte aleatori e su di essi il presidente non ha alcun impatto diretto. Si può controbattere che Lippi – e prima di lui Roberto Donadoni – è stato scelto dalla Federazione. Ma allora, per essere proprio precisi, occorre ricordare che Abete ha un vice, Demetrio Albertini, che è il vero responsabile delle decisioni tecniche. La scelta di Donadoni, oggi disoccupato, è stata semplicemente inspiegabile, dato il suo curriculum. Quella di richiamare Lippi opinabile, dato che si sapeva che così facendo avremmo corso il rischio di una riproposizione del blocco che aveva vinto quattro anni fa. Albertini dovrebbe certamente fare il gesto di presentare le dimissioni. Anche Abete avrebbe dovuto dimettersi, ma non per l’esito della spedizione in Sud Africa, quanto piuttosto per la mancata assegnazione di Euro 2016. Nel 2007 non era riuscito ad aggiudicarsi gli Europei del 2012, ma era appena arrivato e non poteva essere considerato responsabile. Dopo tre anni, nessun passo in avanti era stato fatto, come mostra la valutazione della Fifa del nostro dossier. Che senso aveva allora ripresentare la nostra candidatura? L’idea di Abete era quella di usare l’Euro come uno strumento per ottenere dallo Stato fondi per rifare gli stadi. La scommessa è fallita e Abete avrebbe già dovuto andarsene il giorno dopo. Ma Abete e Albertini sono ancora al loro posto e sembra che Albertini “studi” per diventare a sua volta presidente della Figc. Auguri al calcio italiano, nel caso. Ne avrà bisogno.

E QUELLO DELL'INGHILTERRA
Ha fallito l’Inghilterra e in primo luogo Fabio Capello. Capello ha avuto molti colpi di sfortuna in questo periodo: la mancanza di un portiere di buon livello, l’infortunio di Ferdinand che lo ha privato di un centrale difensivo di alto livello, l’infortunio di Rooney che ha reso purtroppo patetico il suo rendimento e, buon ultimo, l’incredibile errore dell’arbitro e del guardalinee sul gol non concesso a Lampard contro la Germania. Ma Capello è indifendibile perché ha accettato il ruolo di salvatore della patria calcistica inglese, con un contratto di 6 milioni di sterline l’anno. Adesso gli inglesi scoprono che anche con lui non c’è garanzia di fare bene in un torneo così breve e si chiedono: a che servono i soldi dati a Capello? Certo, l’errore maggiore è stato della Federazione inglese che glieli ha dati, ma chi accetta un contratto con certe cifre dovrebbe sapere che c’è una clausola implicita: quella che richiede di offrire le proprie dimissioni in caso di fallimento. Capello invece quella clausola l’ha fatta eliminare prima del Mondiale, mettendo sul piatto l’offerta dell’Inter. Dimettendosi salverebbe la faccia, ma perderebbe i soldi. Preferisce chiaramente il contrario e si farà cacciare.

LA FIFA E LA TECNOLOGIA
Ha perso la Fifa e quindi il suo presidente Joseph Blatter. La giornata di domenica è stata catastrofica per gli arbitri. Il gol non concesso a Lampard e quello irregolare concesso a Tevez sono stati visti da tutti, tranne che dagli arbitri. In tutti questi anni, la Fifa ha rifiutato di usare la tecnologia per migliorare le decisioni degli arbitri. Nel marzo scorso ha rifiutato persino la proposta del presidente dell’Uefa, Michel Platini, di introdurre arbitri dietro le porte proprio per evitare situazioni come quella del gol di Lampard. L’assurdità della situazione è diventata evidente quando l’arbitro Roberto Rosetti, assediato dai giocatori messicani, ha visto sul maxi schermo dello stadio che aveva sbagliato nel concedere il gol all’Argentina, ma, date le regole, non poteva tornare indietro. La reazione della Fifa? Quella di dire che d’ora in poi i gol non saranno più mostrati sui maxi schermi. Se ne andrà almeno lo svizzero Blatter? Macché. Punta a essere rieletto e lo sarà certamente. Del resto, il suo predecessore, il brasiliano João Havelange, rimase in carica fino a 82 anni. Blatter ha due anni in meno di Lamberto Cardia, appena nominato presidente delle Ferrovie dello Stato. Ma, purtroppo, per gli svizzeri, le ferrovie sono una cosa seria.
Fausto Panunzi

venerdì 25 giugno 2010

ITALIA FUORI. E CALDEROLI NEL PALLONE

Nell'ansia di semplificare, il ministro per la Semplificazione Calderoli ha trovato, immediatamente dopo l'eliminazione dell'Italia ai Mondiali di calcio, la diagnosi e la terapia dei problemi delle nostre squadre: troppi stranieri sui campi italiani e pochi giocatori allevati nei vivai nazionali. In realtà l'esperienza italiana e di altri paesi lo smentisce. I veri problemi del calcio italiano, seri e strutturali, sono gli stadi inadeguati e l'eccessiva dipendenza dei ricavi dalla televisione, aggravati da una mancanza di leadership a livello di Lega e Federazione


Dopo eliminazioni così amare come quella subita ieri dalla nazionale di calcio italiana, bisognerebbe rimanere calmi e ragionare con la testa fredda. Invece il ministro Calderoli ha già trovato in poche ore diagnosi e terapia: la colpa è dell’eccessivo numero di stranieri che giocano nelle squadre italiane. La possibilità di "importare" extra-comunitari avrebbe ridotto gli incentivi per i nostri grandi club a investire sui giovani, rinunciando a coltivare i vivai. Inoltre gli stranieri rubano il posto ai giovani talenti italiani. Basterà quindi chiudere le frontiere per avere una Nazionale di nuovo vincente.
GIOCATORI NON APPREZZATI ALL’ESTERO
Calderoli è Ministro per la Semplificazione, ma stavolta semplifica troppo. Partiamo dall’ovvio. L’Italia è tuttora campione del mondo in carica (seppur per altre due settimane). Quattro anni fa le frontiere erano aperte e c’erano decine di stranieri che giocavano nelle squadre italiane. Le frontiere erano già aperte quando siamo arrivati terzi a Italia 90 (Maradona era già l’idolo di Napoli) e persino, seppure in modo limitato, quando siamo diventati campioni del mondo nel 1982.Inoltre quello italiano non è certo l’unico campionato pieno di stranieri. Lo sono anche quelli di Spagna, Inghilterra, Germania e Francia. Ma solo la Francia, come noi, è già stata eliminata. Le altre sono tutte qualificate per gli ottavi di finale. La vera anomalia italiana degli ultimi anni è l’incapacità di esportare giocatori. Anni fa Vialli, Zola, Di Matteo, Gattuso, Carboni giocavano in Inghilterra o Spagna, in club come Chelsea o Valencia che lottavano per lo scudetto. Solo quattro anni fa Toni andava al Bayern. Oggi ci sono pochissimi giocatori italiani che giocano fuori dai nostri confini e tutti in squadre di secondo piano. Questo non dipende certo dal fatto che le squadre straniere non possono pagare stipendi competitivi: il Real strapaga Cristiano Ronaldo e Kakà e il Barcellona Ibra. E gli allenatori italiani hanno mercato all’estero: Ancelotti al Chelsea, Capello allenatore dell’Inghilterra, Mancini al City, Spalletti allo Zenit. Vuol dire che pochissimi giocatori italiani sono apprezzati all’estero. Questo è il vero problema. Chiudere le frontiere non aiuta molto se il problema è che i beni prodotti internamente non sono competitivi sui mercati internazionali. Senza contare che chiudere le frontiere, invece, servirebbe solo a far salire il monte salari e spingere ancor più verso il rosso i bilanci delle società italiane e che, grazie ai giocatori extra-comunitari, come brasiliani e argentini, i nostri club sono riusciti spesso a ben figurare in competizioni a livello internazionale, acquisendo esperienza in incontri di alto livello.
CHI FA LA DIFFERENZA IN CAMPO
Esiste certamente un problema vivai, non solo a livello italiano. La possibilità di strappare talenti in giovane età rende meno conveniente investire internamente rispetto a usare il mercato. Nel trade-off tra “make or buy” oggi nel calcio conviene decisamente il buy. Forse le politiche di compensazione per la formazione dei giovani talenti dovrebbero essere riviste. Ma non dimentichiamo neanche che le squadre sudamericane sono esposte allo stesso problema e non sembrano risentirne in alcun modo, almeno a vedere la loro performance ai Mondiali. E neanche, a livello di club, il Barcellona, squadra che da sempre investe molto nel vivaio, sembra averne troppo sofferto.Infine una considerazione più calcistica. Nel calcio basta poco per fare una grande differenza nei risultati sportivi. Se andiamo a vedere la performance della Francia negli ultimi quattro mondiali vediamo che ha fatto sempre benissimo quando aveva Zidane in campo (Francia 1998 e Germania 2006) e malissimo quando non c’era (nel 2002 era infortunato e giocò solo la terza e ultima partita, peraltro in condizioni menomate). L’Inghilterra sembra un’altra squadra rispetto a pochi mesi fa perché Rooney non si è ancora ripreso dall’infortunio alla caviglia. Insomma, il calcio italiano ha problemi seri e strutturali: stadi inadeguati e eccessiva dipendenza dei ricavi dalla televisione, aggravati da una mancanza di leadership a livello di Lega e Federazione. Ma sull’eliminazione di ieri forse hanno pesato di più gli infortuni di Buffon e Pirlo e la testardaggine di Lippi.

Tito Boeri

Fausto Panunzi

FEDERSUPPORTER: anche il ministro Maroni deve munirsi della Tessera del tifoso per le trasferte del Milan

L'associazione spiega che il documento è obbligatorio anche per ottenere biglietti per l’accesso alle cosiddette “Tribune Autorità” o “Tribune d’Onore"

L’art. 9 della legge n. 41/2007 contempla il divieto per le società calcistiche di emettere, vendere e cedere titoli di accesso allo stadio a soggetti che siano stati destinatari di DASPO o a soggetti che siano stati, comunque, condannati, anche con sentenza non definitiva, per reati da stadio.Nel corso della Conferenza Stampa di Federsupporter del 21 giugno 2010, dedicata alla tessera del tifoso, è stato posto il problema della interpretazione della disposizione di cui sopra: interpretazione che, secondo il mio pensiero, ho già esposto a voce in sede di Conferenza Stampa e che ora riespongo, di seguito, per iscritto.A questo proposito, bisogna partire, a mio parere, dalla considerazione che la prevenzione di fenomeni violenti o, comunque, suscettibili di turbative di spettacoli calcistici comporta, per il legislatore, il necessario coinvolgimento delle società di calcio, con, quindi, specifici obblighi a loro carico.Obblighi che, nel dettato della legge n.41/2007, consistono sia nel divieto appena citato di cui all’art. 9 sia nel divieto di erogare, in forma diretta o indiretta, sovvenzioni, contributi e facilitazioni di qualsiasi natura, ivi inclusa l’erogazione a prezzo agevolato o gratuito di biglietti e abbonamenti o titoli di viaggio, ai soggetti destinatari dei provvedimenti di interdizione di accesso allo stadio.E’ chiaro, pertanto, secondo me, che i divieti in parola, a carico delle società calcistiche, vanno posti in stretta e inscindibile correlazione con l’esistenza e l’efficacia di DASPO o di sentenze di condanna, sia pure non definitive, per reati da stadio.In altre parole, i divieti in oggetto presuppongono e si applicano solo ove esistano e abbiano efficacia i provvedimenti di interdizione di accesso allo stadio. Alla luce di questa pregiudiziale considerazione deve essere letto l’uso del congiuntivo passato (“siano stati destinatari” e “siano stati, comunque, condannati”) fatto dal legislatore all’art. 9 e che, in base a una prima lettura, può aver indotto facilmente a credere che il divieto di emettere, vendere e cedere titoli di accesso allo stadio possa essere interpretato come una sorta di “divieto a vita” nei confronti di coloro i quali, sia pure per una sola volta e in tempi remoti, siano stati assoggettati a DASPO o a condanne per reati da stadio, sebbene tali provvedimenti abbiano esaurito nel tempo la loro efficacia.Interpretazione, questa, che non potrebbe, a mio avviso, non suscitare più che legittimi e fondati dubbi sulla costituzionalità della disposizione sotto vari profili e, in specie, sotto quello di una manifesta arbitrarietà, sproporzionalità e, soprattutto, irragionevolezza intrinseca.A questo riguardo, va sottolineato che fondati dubbi di legittimità della norma scaturirebbero anche da un suo evidente contrasto con l’art. II – 109, ultimo comma, della CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL’UNIONE EUROPEA: laddove è sancito che le pene inflitte, in senso generale (nel caso che ci occupa il DASPO non ha neppure natura penale bensì amministrativa), non devono essere sproporzionate rispetto al reato.Se, perciò, non si vuole incorrere in possibili, anzi più che probabili, censure di illegittimità della norma in esame, essa va interpretata in altro modo.Soccorrono, a tal fine, i criteri, integrativi di quello puramente letterale, di interpretazione delle leggi: vale a dire il criterio sistematico e il criterio che adegua il senso delle norme ordinarie alle norme a esse sovraordinate, in particolare a quelle di rango costituzionale.L’uso di detti criteri, soprattutto tenuto conto dell’intero sistema normativo in cui la disposizione è inserita e che, come rilevato in precedenza, dimostra come il divieto di emissione, vendita e cessione di titoli di accesso allo stadio è strettamente e inscindibilmente collegato all’esistenza e all’efficacia di provvedimenti interdittivi di tale accesso, porta, sempre a mio avviso, a una interpretazione ben più aderente alla ratio e alla voluntas legis oggettivate dalla norma in discussione.Tale interpretazione porta a concludere che l’uso del congiuntivo passato (“siano stati destinatari” e “siano stati, comunque, condannati”) non significa, come potrebbe apparire da una prima e superficiale lettura, che il divieto di emissione, vendita e cessione di titoli di accesso allo stadio si applichi anche nei confronti di coloro i quali siano stati assoggettati, magari per una sola volta e nel passato, a provvedimenti interdittivi del suddetto accesso.Provvedimenti che abbiano esaurito nel tempo la loro efficacia, applicandosi, quindi, il divieto solo a quei soggetti che, sottoposti a provvedimenti interdittivi prima della data di entrata in vigore della norma che ha imposto il divieto alle società di calcio di vendita e di cessione di titoli di accesso allo stadio, stessero ancora scontando o dovessero ancora scontare a quella data i provvedimenti stessi.Ove, infatti, il legislatore avesse usato il congiuntivo presente (“siano destinatari” e “ siano, comunque, condannati”) al posto di quello passato, poiché il congiuntivo esprime una eventualità, quest’ultima avrebbe potuto riferirsi solo a provvedimenti interdittivi futuri, emanati dopo la data di entrata in vigore della norma di divieto per le società calcistiche e, quindi, il divieto medesimo sarebbe stato inapplicabile nei confronti di coloro i quali, assoggettati a DASPO emessi prima di tale data, lo stessero ancora scontando o lo dovessero ancora scontare dopo tale data.In questo modo, è evidente che si sarebbe realizzata una illogica e iniqua disparità di trattamento a parità di condizioni (assoggettamento a DASPO da scontare in tutto o in parte) per una mera casualità temporale legata alla data di emissione del provvedimento interdittivo (prima o dopo la data di entrata in vigore del divieto a carico delle società).Ecco, dunque, una diversa, trasparente e lineare lettura e spiegazione di quell’uso del congiuntivo passato e dei suoi – limitati – effetti: lettura che rende la norma pienamente conforme ai canoni di interpretazione, oltre che letterale, sistematica e adeguatrice al dettato costituzionale.Approfitto, infine, dell’occasione anche per rispondere, per iscritto, a un altro, specifico quesito che è stato avanzato nel corso della Conferenza Stampa del 21 giugno 2010.Più precisamente, è stato chiesto se la tessera del tifoso debba applicarsi anche a titoli di accesso allo stadio aventi particolare natura (abbonamenti o biglietti omaggio e/o a pagamento, in specie per l’accesso alle cosiddette “Tribune Autorità” o “Tribune d’Onore”). Ebbene, a mio parere, la risposta non può che essere positiva. Se, infatti, la tessera del tifoso deve servire a certificare che il suo possessore non è soggetto a provvedimenti interdittivi di accesso allo stadio, tale certificazione non può non valere anche con riferimento a quei, particolari titoli di accesso sopra menzionati.Ciò sia in quanto l’art. 9, più volte citato, parla espressamente e omnicomprensivamente di divieto di “emissione, vendita e cessione” di titoli di accesso sia in quanto, come ricordato, la legge n. 41/2007 vieta l’emissione, anche gratuita o a prezzo agevolato, di abbonamenti e biglietti a favore di soggetti interdetti dall’accesso allo stadio.Ne consegue che l’acquisto o, comunque, l’acquisizione, a qualsiasi titolo, di abbonamenti e/o di biglietti per la trasferte nel settore ospiti potranno essere emessi dalle società di calcio e ottenuti dagli interessati, solo a condizione che questi ultimi siano, secondo le Circolari e le Direttive del Ministero dell’Interno, in possesso di tessera del tifoso, ancorchè si tratti di Autorità in senso lato.Sicchè, tanto per fare un esempio e in vero in maniera alquanto paradossale, se l’attuale Ministro dell’Interno vorrà acquisire l’abbonamento alla propria squadra del cuore (NDR: il Milan) e vorrà seguirla in trasferta nel settore ospiti, dovrà munirsi, in ossequio alle sue stesse Circolari e Direttive, di apposita tessera del tifoso.
Avv. Massimo Rossetti
Responsabile dell’Area Legale e Giuridica di Federsupporter

venerdì 18 giugno 2010

FEDERSUPPORTER: lunedì a Roma conferenza stampa sulla "Tessera del tifoso"

Lunedì 21 giugno 2010 ore 10 presso il Palazzo Federmanager – Via Ravenna 14, Roma – Sala Verde si terrà la conferenza stampa di Federsupporter per presentare un’ampia analisi dei problemi connessi con la "TESSERA del TIFOSO"Il tema sarà affrontato sotto molteplici profili, in particolare sotto il profilo giuridico e sotto il profilo economico. Seguirà dibattito e confronto.La partecipazione è aperta anche agli esponenti di tutte le organizzazioni di tifosi.
Relazioni introduttive: - prof Alfredo Parisi (presidente Federsupporter) - avv. Massimo Rossetti (resp. legale Federsupporter)
Interventi di: Maurizio Martucci, giornalista, Fabio Argentini giornalista, Luca Aleandri, sociologo,della D.ssa Antonella Bellucci, dell'avv. Lorenzo Contucci (esperto normativa sull’ordine pubblico negli stadi)
Moderatore: Marco Liguori (giornalista, direttore responsabile de il pallone in confusione e Pianetagenoa1893.net)
Per comunicazioni e adesioni: www.federsupporter.it

giovedì 17 giugno 2010

Chi vincerà i Mondiali? Lo suggerisce il modello econometrico

Chi vincerà i Mondiali? Sono in molti a chiederselo in questi giorni e a fare previsioni. Comprese Jp Morgan, Ubs e Goldman Sachs. Un modello econometrico che utilizza dati tecnici e dati socio-economici indica quale nazionale ha più probabilità di arrivare alla vittoria finale. Le più accreditate sono la Spagna e l'Inghilterra, possibile outsider l'Olanda. Una previsione confermata anche utilizzando una diversa tecnica, l'analisi fattoriale. Per l'Italia invece le chance di vittoria sono davvero esigue

L’ultima squadra delle trentadue qualificate per il Sud Africa scenderà in campo solo mercoledì 16 giugno, ma è già tempo di chiedersi: chi vincerà i Mondiali? L’articolo di Luciano Canova e Andrea De Capitani, che pubblichiamo oggi, propone una previsione che mette insieme dati tecnici, relativi alla performance delle squadre nelle passate edizioni dei mondiali, e dati socio-demografici, quali reddito pro-capite del paese e tasso di alfabetizzazione. Vi lasciamo alla lettura dell’articolo per sapere quale nazionale si aggiudicherà il mondiale secondo questa previsione. Ma ve ne sono anche molte altre. Alcune le trovate in questo sito.
PREVISIONI MONDIALI
JP Morgan fa una previsione basata su dati tecnici (ranking Fifa, risultati nelle qualificazioni e nelle edizioni precedenti dei Mondiali) e di mercato (le quote del bookmakers). Un’analisi che replica quella che JP Morgan usa per valutare le azioni delle società, che utilizza sia variabili legate ai “fondamentali” di mercato che all’investor sentiment. JP Morgan prevede che la Coppa andrà a Londra, con la squadra di Fabio Capello che batterà in finale la Spagna. Secondo questo modello, l’Italia tornerebbe a casa nei quarti, sconfitta dagli spagnoli. Chissà se è cambiato l’investor sentiment dopo la papera del portiere Robert Green. Quello di Capello sicuramente sì.Invece Ubs usa i criteri ideati dal fisico Arpad Elo per classificare i giocatori di scacchi, criteri che tengono conto dei risultati precedenti, pesati per la forza dell’avversario (vincere contro Brasile e Spagna ha maggior valore che vincere contro Malta). Il Brasile risulta la squadra favorita, con l’Italia che segue la Germania al terzo posto.Goldman Sachsusa un modello con criteri simili a quelli di JP Morgan, ma prevede il Brasile probabile vincitore, con la Spagna subito dopo. L’Italia è al settimo posto con una probabilità di vittoria che è la metà di quella del Brasile.I norvegesi del Norwegian Computing Center hanno simulato al computer le partite e hanno trovato la Spagna favorita, davanti ad Argentina e Brasile.Insomma, le favorite sono sempre le solite, qualunque modello si usi. Ma il bello del calcio è che le previsioni possono essere smentite facilmente. Nell’atletica, se c’è Usain Bolt, si sa che vincerà lui i 100 metri. Nel calcio, specie nelle partite a eliminazione diretta, basta un errore arbitrale, un rigore che va sul palo o una papera del portiere per cambiare tutto. Il grande Nereo Rocco, a chi gli diceva prima delle partite “Vinca il più forte!”, rispondeva “Speriamo di no”. Ecco, noi speriamo di no, vista l’Italia pre-Mondiale.
Fausto Panunzi
Tratto da www.lavoce.info

giovedì 10 giugno 2010

Manchester United Merchandising Limited: un affare da 24 milioni

La società che controlla il merchandising del celebre club inglese, gestita dalla Nike, ha ottenuto al 31 maggio 2009 un incremento del 14% del fatturato


Nike ha garantito 93 milioni di sterline al Manchester United per il periodo che va dall’1 luglio 2006 al 30 giugno 2010. La stessa Nike oltre ad essere sponsor tecnico, gestisce il merchandising, il licensing e le operazioni di vendita al dettaglio, tramite la società Manchester United Merchandising Limited, alla quale ha concesso una sublicenza in relazione a tali diritti. Manchester United Merchandising Limited è una società, con sede nel Regno Unito, controllata dalla società statunitense Nike Inc.

Manchester United Merchandising Limited è impegnata in tre attività principali, vale a dire: la vendita al dettaglio nel Regno Unito di prodotti con il marchio Manchester United; la concessione di licenze per la produzione, distribuzione e vendita di tali beni in tutto il modo e la gestione, sempre a livello mondiale, delle scuole calcio del Manchester United.

Sulla scia di un anno record di vendite, registrato nel 2008, la società ha continuato a crescere, conseguendo un altro record di vendite nel 2009. Ovviamente, i successi del Manchester United sono stati la “chiave” per poter conseguire questi risultati importanti.

Il fatturato per l’esercizio chiusosi il 31 maggio 2009 è stato di 20,1 milioni di sterline, che, considerando un cambio di un euro a 0,8271sterline, equivalgono a circa 24,3 milioni di euro. Nell’esercizio precedente il fatturato è stato pari a 17,6 milioni di sterline (circa 21,3 milioni di euro). L’incremento registrato è stato del 13,86%. Dal punto di vista geografico il fatturato è così suddiviso: 18,5 milioni di sterline nel Regno Unito (+ 11,9% rispetto al 2008); 1,6 milioni di sterline nel resto del mondo (+42,59% rispetto al 2008).

Dal punto di vista delle “aree business” il fatturato è suddiviso in tre grandi settori: Retail; Licensing; Soccer Schools.

Il settore Retail, ossia la vendita al dettaglio, registra un fatturato di 13,6 milioni di sterline, pari a 16,4 milioni di euro. Tale settore, nell’esercizio precedente, ha registrato la cifra di 12,1 milioni di sterline pari 14,7 milioni di euro. L’incremento registrato è stato dell’11,82%.

Il settore Licensing, ossia la concessione di licenze relative all’uso del marchio, segna un fatturato di 4,8 milioni di sterline, pari a 5,8 milioni di euro. Questo settore, al 31 maggio 2008, ha registrato la cifra di 4 milioni di sterline pari 4,8 milioni di euro. L’aumento registrato è stato dell’18,67%.

Il settore Soccer Schools, ossia la gestione delle scuole calcio del Manchester United, riporta un fatturato di 1,7 milioni di sterline, pari a 2,1 milioni di euro. Tale settore, nel 2008, ha registrato la cifra di 1,5 milioni di sterline pari 1,8 milioni di euro. L’incremento registrato è stato dell’17,59%.

Il costo del personale ammonta a 2,1 milioni di sterline pari a circa 2,5 milioni di euro. Tale costo segna un incremento del 12,46%. Le unità impiegate sono passate da 46 a 50. In occasione delle gare casalinghe del Manchester United sono state ingaggiate altre 88 unità con contratti di prestazione occasionale (nel 2008: 66 unità) e in più con le stesse modalità “precarie” sono stati ingaggiati 32 allenatori per le scuole calcio (30 nel 2008).

L’utile lordo prima delle tasse è pari a 0,8 milioni di sterline (1 milione di euro), con un decremento del 16,16% rispetto all’esercizio precedente, quando il risultato era stato pari a 1 milione di sterline circa pari 1,2 milioni di euro.

Lo stato patrimoniale presenta un attivo di 11,7 milioni di sterline (14,2 milioni di euro), con 0,4 milioni di sterline relative a immobilizzazioni materiali, 0,9 milioni di sterline relative a rimanenze, 10 milioni di sterline di crediti e 0,4 milioni di sterline di disponibilità liquide. Le passività espongono debiti a breve per 7,9 milioni di sterline. Il patrimonio netto ammonta a 3,8 milioni di sterline (4,6 milioni di euro) e risulta in aumento del 20,64%. Da segnalare che i crediti comprendono 7,5 milioni di sterline (9,1 milioni di euro) di crediti verso imprese del gruppo.

Luca Marotta

jstargio@gmail.com

RIPRODUZIONE (ANCHE PARZIALE) DELL'ARTICOLO CONSENTITA PREVIA CITAZIONE DELLA FONTE: IL PALLONE IN CONFUSIONE


martedì 8 giugno 2010

AIGOL: Nasce a Roma l’Associazione Italiana Editori On Line

Obiettivo primario il riconoscimento giuridico dell’editoria web. In autunno le prime attività per un disegno di legge. bipartisan. Nasce l'Associazione Italia Giornali On-Line (AIGOL). (nella foto l'immagine del logotipo dell'Associazione nazionale).

E’ nata ufficialmente a Roma l’Associazione Italiana Giornali On-Line (AIGOL) dall’unione di sette “soci fondatori”, tutti editori attivi sulla piattaforma web.

Si tratta di L&V Editrice (proprietaria del marchio e dell’agenzia stampa Sporteconomy.it), di Atleticom.it, di Sailbiz.it (dei giornalisti Walter Mei e Alberto Morici), EdiWebRoma (proprietaria della testata VignaClarablog.it), di Mediagol.it, di PianetaGenoa1893.net e di Il pallone in confusione (editore Marco Liguori) e di Nextmediaweb (proprietaria del portale Calciomercato.it).

AIGOL nella prima assemblea ha scelto come consiglieri gli editori Camillo Franchi Scarselli (Atleticom), Alessandro Santandrea (Calciomercato), Fabrizio Giorgio Azzali (Vignaclarablog) e William Anselmo (Mediagol.it). Marco Liguori e William Anselmo sono stati scelti, inoltre, come “delegati” per la Liguria/Campania e la Sicilia.

Marcel Vulpis, editore di Sporteconomy.it, coprirà il doppio ruolo di consigliere e presidente della giovane associazione italiana, che intende, entro i prossimi 18 mesi, diventare il punto di riferimento per gli editori online. Potranno diventare “soci” solo testate giornalistiche con almeno un anno di vita e che presentino la figura del direttore responsabile.

“L’informazione giornalistica veicolata attraverso il web deve avere la stessa dignità e valore di quella cartacea o televisiva”, ha dichiarato il presidente di AIGOL. “Il riconoscimento e tutela giuridica della nostra professione è il primo punto su cui lotteremo nei prossimi mesi. E’ giunto il momento che in questo Paese ci si accorga dell’industria on-line e del suo impatto economico sul mercato del giornalismo. Abbiamo scelto il web perché è il presente e il futuro, adesso puntiamo ad ottenere gli stessi diritti dei nostri “cugini” della carta e della tv. In America questa distinzione non esiste più, in Italia, invece, c’è chi ha interesse che si rimanga figli di un Dio minore. Questo non è più accettabile!”.

I prossimi passi sono nella direzione di un disegno di legge condiviso dal maggior numero di parlamentari per ottenere finalmente il riconoscimento giuridico della nostra attività. Per settembre sarà pronto anche il sito ufficiale dell’associazione e le prime iniziative di lobbying in ambito parlamentare. Nel frattempo è stato scelto il claim dell’Associazione con sede a Roma: AIGOL-EDITORI IN RETE.

Per ulteriori informazioni:

AIGOL

Sede operativa c/o Atleticom srl – Roma – viale Tiziano 19

Tel: 393.3330928 aigol.info@gmail.com

Marco Liguori delegato per Liguria e Campania

marco_liguori@katamail.com

lunedì 7 giugno 2010

Il Milan aumenta i ricavi nel 2009 e ringrazia Kakà, Rai e Mediaset

Gli introiti sono lievitati di 89 milioni sul 2008: nel bilancio però non c’è traccia della suddivisione degli introiti derivanti da una transazione con la tv di Stato e con la società del gruppo Fininvest. I costi superano le entrate di 35,6 milioni e sono lievitati dai 287,1 del 2007 a 317,6 milioni. In particolare, gli stipendi dei calciatori presentano un trend in forte ascesa: dai 124,9 milioni del 2007, ai 148,6 del 2008, fino ai 148,9 milioni del 2009

Il bilancio chiuso al 31 dicembre scorso dal Milan si è chiuso con una perdita a livello di gruppo pari a 9,8 milioni di euro (66,8 nel 2008), mentre il “rosso” civilistico (riguardante la sola squadra di calcio) è ammontato a 18,9 milioni (76,9 milioni nel 2008). Il miglioramento del risultato negativo è avvenuto a causa del consistente rafforzamento dei ricavi: a livello di gruppo 327,6 milioni contro i precedenti 237,9, a livello civilistico 307,7 milioni rispetto ai 218,7 milioni del 2008. Ciò è dovuto a tre voci: plusvalenze calciatori, ricavi da Champions League e componenti non ricorrenti dovuti agli accordi di transazione con Mediaset e Rai. Lo spiega nelle relazioni sulle gestioni il vicepresidente vicario e amministratore delegato Adriano Galliani: il «valore della produzione include le plusvalenze derivanti dalla cessione dei diritti alle prestazioni dei giocatori ammontanti a euro 74 milioni per il 2009 e a euro 20,5 milioni per il 2008». La parte del leone nella prima voce spetta a Kakà, la cui plusvalenza per la cessione al Real Madrid ammontata a 62,7 milioni, seguito da Gourcuff venduto al Bordeaux con plusvalenza di 11,2 milioni.

Riguardo agli accordi con Mediaset e Rai, Galliani spiega in maggior dettaglio a pagina 106 del documento contabile che ammontano a «euro 20,3 milioni per i proventi non ricorrenti relativi alle transazioni con il gruppo Rai e con la società Rti spa (Gruppo Mediaset) per la titolarità dell’archivio delle immagini delle partite casalinghe di Ac Milan relative a specifiche stagioni sportive (cd. “Library Milan”) e per lo sfruttamento nel tempo di tale archivio». Sembra davvero strana la formula adottata con una società facente parte dello stesso gruppo finanziario, ossia la Fininvest: non si capisce quale sia la necessità di sottoscrivere un accordo transattivo. L’unica spiegazione può essere questa: una sorta di “par condicio” con la Rai. Nel bilancio del Milan non c’è traccia della suddivisione tra la parte degli introiti derivante dalla tv di Stato e quella proveniente dalla società del gruppo Mediaset. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che la società di via Turati non ha obblighi di maggior trasparenza, cosa invece dovuta per le aziende quotate in Borsa. Quanto ai maggiori proventi da partecipazione alle competizioni Uefa, si segnalano i proventi da diritti tv della Champions League pari a 20,4 milioni (7,4 milioni nel 2008). Pressoché invariati i ricavi complessivi per i diritti tv (Sky e Mediaset) pari a 107,2 milioni. Risultano incrementati da 5,3 a 6,5 milioni i ricavi derivanti dall’attività di merchandising e licencing del Gruppo Milan. Tutto ciò fa comprendere che il Milan è una società sempre più dipendente da tv, Champions League e plusvalenze calciatori: nella composizione dei ricavi il merchandising occupa appena il 10% contro il 40% dei proventi televisivi, il 23% delle plusvalenze e il 18% delle coppe internazionali. Ancora più bassi gli introiti da sponsor, pari al 9%. Tuttavia, grazie alla potenza del suo azionista di riferimento, non sarà un problema neppure la prossima ripartizione collettiva dei diritti televisivi prevista dalla legge Melandri-Gentiloni, il cui meccanismo è riportato sinteticamente nella relazione sulla gestione, che dovrebbe portare un decremento di questo introito nelle casse del club rossonero e in quello delle altre grandi del calcio nostrano in favore delle piccole.

Anche se non costituiscono fonte di preoccupzione, a causa del costante apporto di “mamma” Fininvest, i costi dell’Ac Milan spa sono lievitati in modo esponenziale dal 2007 al 2009. Tre anni fa, ammontavano a 287,1 milioni, nel 2008 erano 307,5 mentre l’anno scorso sono lievitati a 317,6. La spiegazione la fornisce sempre Galliani nella relazione sulla gestione: «Tale incremento si riferisce in particolare per 3,8 milioni alla voce salari e stipendi tesserati principalmente a seguito di premi erogati a fronte delle prestazione sportive; per 4,1 milioni alla voce “costi per servizi”». Insomma, è l’effetto di un circolo vizioso: se aumentano i ricavi attraverso risultati sportivi soddisfacenti, si incrementano anche i costi dovuti ai premi dovuti alle stelle rossonere Ronaldinho, Pato e compagnia. Tuttavia, scendendo nel dettaglio delle ultime tre stagioni si nota che anche il costo degli stipendi per i calciatori presenta un trend in forte ascesa: dai 124,9 milioni del 2007, ai 148,6 del 2008, fino ai 148,9 milioni del 2009. Insomma, se si hanno giocatori di grido bisogna pagarli profumatamente, ma i ricavi non riescono a compensare i costi: l’anno scorso lo squilibrio riguardante l’Ac Milan spa ha raggiunto i 9,9 milioni. Chissà se alla società posseduta dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ascolteranno le parole pronunciate ieri dal ministro della Semplificazione amministrativa Roberto Calderoli: «Le società di calcio ridimensionino gli ingaggi dei calciatori». Ciò però contrasta con il desiderio dei tifosi rossoneri che vogliono che la società investa molto, acquisendo fuoriclasse per rafforzare la squadra e puntare a nuove vittorie.

Il bilancio civilistico del Milan presentava alla fine dell’anno scorso un forte squilibrio finanziario: debiti per 463,1 milioni (di cui 163,7 milioni con le banche) contro 157 milioni di crediti. Il patrimonio netto, ossia i mezzi propri, è positivo per 26,9 milioni: a livello di gruppo è negativo per 71,9 milioni, ma ciò non comporta interventi di ricapitalizzazione. Tutto questo non rappresenta fonte di preoccupazione per una società coperta dalle robuste spalle del suo azionista al 99,92973%. Innanzitutto il club rossonero è coperto dal rischio di liquidità poiché «gode di un adeguato ammontare di linee di credito committed – spiega Galliani nelle relazioni sulla gestione – a fronte di lettere di “patronage” della controllante Fininvest spa per ammontare di euro 390,0 milioni». L’anno scorso l’importo garantito dalla holding della famiglia Berlusconi presso le banche era leggermente inferiore: 329,9 milioni. In più la Fininvest ha versato in conto capitale 18,5 milioni per sostenere il proprio “figlio”: inoltre, nello scorso gennaio «a richiesta della società (NDR il Milan) ha provveduto a convertire – si legge nella relazione sulla gestione - parte di un finanziamento oneroso per 1,7 milioni in versamento in conto capitale e/o copertura perdite». In virtù dell’adesione alla normativa sul consolidato fiscale, il Milan ha trasferito alla capogruppo una «remunerazione dei vantaggi fiscali» sotto forma «di perdite fiscali», si legge nella nota integrativa, pari a 16,6 milioni. Insomma, competere con una realtà così è praticamente impossibile per gran parte delle squadre del nostro campionato (o meglio della nuova Lega di Serie A) che sono costrette a fare i salti mortali per far quadrare i conti. Lo strapotere rossonero è evidenziato anche da altre due voci. La prima riguarda debiti verso società di factoring per 103,7 milioni «per anticipazioni di crediti futuri – si legge ancora nella nota integrativa – in riferimento a contratti di natura commerciale». A ciò si aggiungono 22,7 milioni di risconti passivi per «fatturazione anticipata dei diritti televisivi – spiega il documento di bilancio rossonero – per la trasmissione a pagamento delle partite casalinghe di campionato della stagione 2009/10, di alcuni contratti commerciali, alle quote della campagna abbonamenti campionato – edizione 2009/2010 incassate al 31 dicembre 2009 di competenza del periodo 1 gennaio 2010 – 30 giugno 2010». In totale 126,4 milioni già anticipati e riscossi. Dulcis in fundo, Galliani spiega nella relazione sulla gestione di aver sottoscritto «nuovi contratti commerciali che decorreranno dalla stagione sportiva 2010/2011 del complessivo valore di minimi garantiti di euro 32,7 milioni per ogni stagione sportiva e con ultima scadenza nel 2017».

Marco Liguori

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