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lunedì 21 maggio 2012

Analisi del trionfo azzurro in Coppa Italia


Dopo circa 23 anni, la squadra partenopea torna a vincere qualcosa. L'atavica fame di riscatto, intimamente incastonata nelle maglie azzurre e in una cultura tutta intera, torna a saziarsi per una notte. Si torna a vincere, e si vince contro una Juventus forte, fresca campione d'Italia, simbolo nazionale della «squadra vincente». E la vittoria proprio per questo ha un gusto di maturità e di profezia per gli anni a venire. Il Napoli quindi, si presenta dinanzi alla storia, con veste nuova. Quel Napoli vincente di 23 anni fa, si esaltava dietro la bacchetta di un mago argentino che riusciva a accellerare le menti ed i corpi dei compagni come degli avversari. Si era rapiti da un totem, eroe di popolo. Oggi, il Napoli vince, si fa applaudire, esalta, in Champions come in campionato, con una programmazione pulita, coerente, seria, iniziata dalle ceneri del 2004. Da quelle ceneri, e con l'aiuto di un ambizioso presidente, la squadra partenopea ha ripreso una forma dignitosa, elaborando con contegno ed umiltà, l'umiliazione di militare in categorie calcistiche inferiori.
Risorgimento napoletano, quindi, dopo 8 anni si gioisce di un trofeo, che ha un valore altamente simbolico, perché sancisce la bontà di una programmazione, inedita nella storia della gestione « Calcio Napoli ». Programmazione che incarna un modello di vittoria, senza l'urgenza salvifica dell'eroe. Un modello che potrebbe essere valido per lo sviluppo delle potenzialità dell'intera città-cultura, le quali vivono in un'equazione simbolico-affettiva,da anni.
Infatti, pur avendo tre grandi campioni, questa coppa Italia, alzata al cielo, è frutto del sudore di un collettivo unito e disciplinato. De Laurentis a tal proposito dirà : « É il trofeo dei giocatori. Nel 2004 siamo rinati. Abbiamo riportato la coscienza che Napoli esiste, Napoli è viva e Napoli sa vincere». Un collettivo che si è rinforzato di anno in anno, seguendo logiche societarie razionali e lucide. In questa nuova veste organizzativa, dove la passione si sposa al raziocinio e all'intelletto, emergono sempre di più l'ebrezza e il valore del rinascimento di una squadra-cultura-città, vissuto anche come rivitalizzazione delle « radici identitarie ». Tante luci in una serata di sport, però oscurate da quei fischi provenienti apparentemente dal settore del tifo napoletano, durante il canto dell'inno nazionale. Tristi fischi. Il fatto di sentire visceralmente il proprio Sé nella cultura napoletana non dovrebbe minacciare o delegittimare quell'unità nazionale a cui si appartiene come popolo italiano. Allora, si tenti di far « co-esistere » nella coscienza della propria identità la voce di Partenope e il bel volto dell'Italia. E se anche, ci si sente più «partenopei», si esprima in maniera civile, creativa e nuova, questa appartenenza senza violenza e senza forme volgari di contro-razzismo. Proprio sull'esempio di questa modernissima, elegante e vincente società sportiva che si chiama «SSC Napoli».
Dr Alfonso SANTARPIA


Ph.D, psicologo
Sigmund Freud Institute Paris

il pallone in confusione

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